Intervista al Presidente della Provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane
L’AQUILA. L’Abruzzo appare una regione a due velocità, da una parte la fascia costiera che continua ad attrarre investimenti e maggiormente dotata dal punto di vista infrastrutturale, dall’altra le aree interne, ricadenti nella quasi totalità all’interno del comprensorio aquilano, sempre più depresse sul versante socioeconomico. Cosa fare, cosa è stato fatto, dove e come intervenire per migliorare la situazione. Ne abbiamo parlato con il Presidente della Provincia dell’Aquila Stefania Pezzopane.
Presidente Pezzopane, la crisi socioeconomica che attanaglia il comprensorio aquilano è ormai un fatto evidente. Cosa si deve fare per arginarla e migliorare la situazione e cosa non si deve fare per acuirla?
Il reinserimento della nostra provincia nei benefici dell’87.3c è sicuramente un segnale decisivo per invertire la rotta nelle aree interne. Gli aiuti di Stato, sommati agli sgravi contributivi del credito d’imposta, che la finanziaria riconosce per le nuove assunzioni, rappresentano una forte motivazione all’insediamento di nuove aziende, che in passato hanno preferito per i loro investimenti altre regioni. Il raddoppio della Micron ad Avezzano, della Menarini Dompè a L’Aquila, l’intenzione manifestata da alcune aziende di sbarcare nel capoluogo, ne sono un esempio significativo. I comuni del territorio che potranno usufruire degli aiuti di Stato passano da 4 a 48 e quelli che non sono inseriti nell’87.3c possono contare sul “de minimis”, un contributo che viene concesso ai piccoli imprenditori. È solo grazie ad un lavoro di squadra se siamo riusciti a conseguire questi risultati, determinanti, ma non certo sufficienti. Adesso inizia una nuova fase per il marketing territoriale. È necessario uno sforzo comune per far sbarcare nuove industrie e per farle rimanere. Ma per far questo l’intera classe politica deve agire compatta, per l’interesse del territorio, evitando inutile e dannose divisioni.
Le aree interne, rispetto alla fascia costiera, sono quelle maggiormente penalizzate. L’Abruzzo appare una regione a due velocità. Dove vanno ricercate le cause di una simile situazione?
Il problema ha radici antiche. Negli anni passati è mancata una politica strategica, un disegno organico della classe dirigente. Alla debolezza del sistema imprenditoriale si è sommato il vuoto di iniziativa politica e l’incapacità di fare squadra per far fronte alle emergenze del territorio. Il ritardo infrastrutturale è l’emblema di questo stato di cose. Sono più di trent’anni che il nostro territorio attende il collegamento con la costa.
Solo questa giunta ha realizzato una vigorosa sterzata sulle infrastrutture, accelerando il collegamento con Pescara e Amatrice.
Dal punto di vista infrastrutturale la provincia aquilana è quella meno dotata. Cosa ha fatto e cosa sta facendo l’Amministrazione Provinciale per potenziarla?
Abbiamo fatto molto e i risultati si vedono. Il governo ha stanziato 56 milioni di euro, per tre anni, per la velocizzazione della tratta ferroviaria Avezzano Roma. Nel piano regionale dei trasporti, concertato con la Regione Abruzzo, abbiamo ottenuto il via libera per l’elettrificazione della tratta L’Aquila Sulmona Pescara e l’istituzione di un biglietto unico per il trasporto su ferro e gomma. La strada da percorrere è ancora molta. Resta prioritario l’impegno per ammodernare i servizi ferroviari e porre fine all’odissea quotidiana dei pendolari. Marcheremo stretti i nuovi vertici delle Ferrovie dello Stato, dal momento che con i precedenti, il dialogo è stato complicato.
Sul versante delle infrastrutture viarie, mi limito a citare due obiettivi centrati. Superstrada del Liri. In soli due anni abbiamo appaltato interamente i 9 milioni di euro della finanziaria ed eseguito i lavori per la messa in sicurezza. Superstrada L’Aquila Amatrice. Abbiamo ottenuto un finanziamento di 46 milioni di euro per il completamento della superstrada. La nostra priorità è velocizzare il collegamento con Roma. Ci siamo già mossi in questa direzione. Nel DPEF 2008/2012 il governo ha inserito il progetto per la realizzazione delle complanari sulla A24.
Questi ultimi anni sono stati segnati da diverse crisi aziendali e vertenze sindacali. Quale è stato l’impegno della Provincia nella risoluzione di tali problematiche?
Quello del lavoro è stato finora l’impegno che ci ha assorbito di più. La nostra provincia ha il maggior numero di vertenze; alcune risalgono addirittura a 20 anni fa. Nonostante la politica industriale sia una specifica competenza della Regione, sono stati troppi i silenzi di chi è stato eletto in questo territorio e da cui ci saremmo aspettati uno sforzo maggiore.
La Provincia dell’Aquila, al contrario, non si è mai tirata indietro. Abbiamo seguito tutte le vertenze con tenacia e assiduità. In alcuni casi siamo riusciti a strappare risultati importanti. Penso alla vertenze Cosmo, Lastra, Olivetti, allo zuccherificio di Celano, al CRAB, alla Chef Line, alla rinascita di due società, Euroservizi (ex Collabora) e Abruzzo Engineering (ex Collabora Engineering), con la conseguente salvezza di 200 posti di lavoro.
Per i lavoratori che sono stati espulsi dal ciclo produttivo, ma non hanno ancora maturato i requisiti della pensione, abbiamo svolto un’azione di costante pressing sul Ministero del Lavoro per ottenere ammortizzatori sociali e incentivi alle assunzioni.
Restano ancora molti nodi da sciogliere. Il polo elettronico, la Finmek, la vertenza per la Valle Peligna e l’Alto Sangro. Per questa siamo riusciti ad ottenere l’apertura di un tavolo nazionale. Sono vertenze spinose, ma non ci tiriamo indietro.
Un punto di forza del territorio aquilano, considerando il suo patrimonio storico, artistico e naturale, può essere rappresentato dal turismo. C’è un impegno in tale direzione?
La Provincia ha messo in campo diversi progetti che hanno come denominatore comune la valorizzazione del ricco patrimonio delle aree interne. “Provincia in festival”, ad esempio, nasce proprio con l’obiettivo di coniugare l’offerta culturale con il patrimonio artistico, naturale, paesaggistico dei nostri borghi, di forte richiamo turistico.
Puntiamo a valorizzare le emergenze e le peculiarità del territorio, le risorse archeologiche, il patrimonio monumentale medioevale, il turismo montano, ambientale, religioso. In più abbiamo sperimentato nuove forme di ricettività, con i progetti Alberghi diffuso e Borghi autentici e con la valorizzazione delle ex case cantoniere lungo i sentieri del Parco. Una buona fetta di finanziamenti CIPE è stata destinata alla valorizzazione del patrimonio lacustre (lago di Campotosto, Barrea, Scanno, San Demetrio) o alla riqualificazione di percorsi e strade di montagna.
Siamo quasi a fine legislatura. Quali sono stati i migliori obiettivi raggiunti e quali quelli mancati?
In questi tre anni abbiamo onorato diversi impegni assunti con gli elettori. Ad alcuni sono legata in particolar modo. Penso al progetto “Cento Cervelli”, all’impegno sociale per le categorie più deboli (disabili, detenuti), ai risultati raggiunti nel campo dell’edilizia scolastica. Abbiamo impresso una accelerazione notevole al percorso per la messa in sicurezza degli edifici scolastici, che ha condotto tra l’altro al totale abbattimento delle barriere architettoniche. L’istituzione di una Consulta della Montagna e l’adesione ad Euromontana ha portato la Provincia ad assumere un nuovo protagonismo nelle scelte strategiche. Abbiamo tagliato spese superflue (auto blu, indennità di assessori e consiglieri) e razionalizzato quelle necessarie (riscaldamenti). Per gli altri obiettivi, invito a leggere il resoconto dettagliato del nostro operato nel “Diario di Governo”. Tutti risultati che siamo riusciti ad ottenere grazie ad un solido bilancio dell’Ente, chiuso sempre in attivo e in tempi regolamentari. Davanti a noi abbiamo ancora due anni, per continuare a lavorare.
In una recente intervista il consigliere regionale dei liberal democratici, Antonio Verini, ha dichiarato che l’attuale Amministrazione Provinciale ha pensato più ad “apparire” che a mettere in atto azioni concrete in favore del territorio aquilano. Lei cosa gli risponde?
Rispetto a quello che facciamo, “appariamo” anche meno del dovuto. In ogni caso mi sorprendono le recenti dichiarazioni del consigliere Verini. Finché è stato segretario della Margherita non ha mai sollevato obiezioni sull’operato dell’Amministrazione. La sua unica preoccupazione è stata di aprire dei casi sugli assessori del suo stesso partito, prima Cioni, poi Giorgi. Avremmo potuto fare di più se avessimo potuto contare sulla sua capacità di far approdare risorse consistenti nel nostro territorio. Da quando è consigliere regionale non ricordo un suo solo intervento a favore della provincia dell’Aquila. Non ricordo che si sia opposto al taglio delle risorse sull’edilizia scolastica, voluto dalla finanziaria regionale, o che si sia speso a favore dell’occupazione, se non per salvaguardare interessi che lo riguardano personalmente.
Per concludere, quali progetti ha per il futuro?
Continuare a lavorare per completare il programma e gettare le basi il futuro. Per questo intensificheremo la fase di ascolto del territorio, già avviata negli incontri per la presentazione del “Diario di Governo”.
lunedì 28 gennaio 2008
giovedì 24 gennaio 2008
L’ EVOLUZIONE DEL LAVORO di Federico Zia
Come sta cambiando il modo di percepirlo
Nelle società primitive non poteva esistere un concetto di lavoro con il significato che gli si attribuiva nel XX secolo, come l’applicazione della volontà e della capacità umana alla produzione di beni e servizi. L’attività di produzione coincideva del tutto con quella di riproduzione dell’individuo e della specie, il tempo di lavoro era il tempo di vita. Il numero degli uomini su di un territorio era regolato da un equilibrio naturale, perciò essi disponevano dell’occorrente secondo i bisogni di quel tipo di società. Alcuni studi dimostrano che l’uomo paleolitico dedicava al lavoro mediamente due o tre ore giornaliere e disponeva di un’eccedenza di cibo, legname per il fuoco, pelli per coprirsi e materiali per gli utensili. Anche gli uomini delle società pre-classiche non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro: anche per loro non aveva nessun senso né la parola lavoro nell’accezione moderna, né il concetto di tempo libero. Più tardi, in una società ormai divisa in classi fondata sullo sfruttamento degli schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali. Nelle società antiche il lavoro coincise con la vita, il cui scorrere non era diviso in tempi separati. Il frazionamento delle parti della giornata rientrava nell’alternarsi naturale di attività e riposo. Il lavoro era inteso come attività per ottenere un semplice valore d’uso, non come mezzo per produrre valore di scambio. Con i Greci e soprattutto con i Romani cominciano a nascere forme di specializzazione e di utilizzo del tempo, ma anche in questo caso la divisione tra giornata lavorativa e non lavorativa è sconosciuta: solo la necessità di riprendere le forze, di partecipare alla vita sociale, di combattere o di viaggiare, interrompevano l’attività di lavoro, non una convenzione sociale che dividesse la giornata in orari. Occorre attendere il XII secolo per trovare nel francese labeur e nell’inglese labour un termine che indica il concetto di lavoro in senso simile all’attuale, anche se legato esclusivamente all’attività agricola. Questa condizione si mantenne per tutto il medioevo. Nella Francia medioevale si lavorava mediamente poco più di 150 giorni l’anno. Sempre in Francia, nel ‘600, il maresciallo Vauban censì 140 giornate complete di non-lavoro (52 domeniche, 38 feste varie, 50 giorni di blocco per il gelo) più le vigilie, per un totale di 175 giorni. L’orario non era prefissato, coincideva in genere con le ore di luce dall’alba al tramonto. Nel ‘700 Voltaire, filosofo latifondista, lamentava “la proliferazione di feste locali, pregiudizievoli a un’attività economica conveniente. Sulle mie terre i contadini non lavorano che per otto mesi l’anno”. Ad abolire le 90 festività avrebbe provveduto la borghesia rivoluzionaria. Il trionfo giacobino avrebbe anche recato, in sostituzione della settimana, la decade operosa: un solo riposo festivo ogni dieci giorni. La diversa natura del lavoro appare invece nelle società urbane. Nel XIX secolo il lavoro diviene il mezzo per trasformare il mondo e l’uomo. Nella prima metà dell’Ottocento il lavoro era concepito come l’unico modo di valorizzare il mondo, di trasformarlo. Verso la fine di tale secolo e soprattutto dopo la sua rielaborazione da parte di Marx, il concetto di lavoro diviene molto ampio, sinonimo di trasformazione, creazione, produzione, un concetto che comprende qualsiasi attività che sostituisce la dimensione naturale con quella umana, cioè qualsiasi opera di trasformazione. Nel XX secolo si configura come un sistema di distribuzione del reddito, di partecipazione alla produzione remunerata di beni e servizi, di sicurezza sociale e di diritti. Occorre inoltre effettuare una distinzione tra il concetto di lavoro e il concetto di occupazione. L’occupazione è una caratteristica tipica delle società industriali, per molti secoli il lavoro era considerato come l'insieme delle attività del genere umano. La distinzione tra lavoro ed occupazione è stata introdotta dalla cultura industriale occidentale, intendendo per occupazione il lavoro remunerato come compenso per prestazioni rivolte alla produzione di beni e servizi. L’occupazione (cioè il lavoro remunerato) viene così accettata come parametro convenzionale per misurare il lavoro giungendo alla generalizzazione del concetto di occupazione come sinonimo di lavoro. Robertson ritiene che “il significato di occupazione tipico dell’era industriale è probabile che sia destinato ad esaurirsi”. Consistenti cambiamenti nell’organizzazione della vita e del lavoro evidenziano l’importanza di attività, un tempo ritenute improduttive, necessarie a rispondere a bisogni e scopi individuali e sociali come l’istruzione, la formazione, la sanità. In molte delle società attuali, oltre al lavoro remunerato (occupazione), si stanno sviluppando opportunità di lavoro legate ad attività scambiate direttamente tra le persone come il lavoro sociale e il volontariato. Quindi il lavoro non è sorto improvvisamente dal nulla in un certo periodo storico ma ha preso forma gradualmente assumendo come suo fondamento innanzitutto una dimensione economica, cioè il lavoro nasce come un fenomeno economico e astratto, come uno sforzo fisico, fino a diventare un fattore di produzione, un mezzo per raggiungere la ricchezza e la produzione di beni. In economia classica il lavoro è uno dei tre fattori di produzione; gli altri sono il terreno e il capitale, il lavoro è una delle misure dell’attività svolta dagli esseri umani. In generale, la parola lavoro si riferisce ad una qualsiasi attività discreta di produzione economica, tuttavia, nelle società capitaliste la parola lavoro è diventata sinonimo di impiego. Con questo si fa riferimento alla relazione a lungo termine tra il lavoratore e coloro che detengono il controllo legale degli altri fattori di produzione. In questo senso le persone parlano di trovare un lavoro o avere un lavoro. Il concetto di lavoro perciò raggruppa tutte queste dimensioni, ma nella società odierna è difficile trovare una definizione adeguata in quanto il lavoro sembra sgretolarsi e ricomporsi in molteplici attività, ognuna differente dall’altra. Nella società contemporanea il lavoro è sottoposto a profonde trasformazioni in virtù del processo di globalizzazione dei mercati e dell’introduzione di nuove tecnologie che hanno sconvolto la struttura tradizionale della società e dell’economia. Dalla produzione standardizzata di massa si è passati alla specializzazione produttiva flessibile.
La maggiore concorrenza sui mercati richiede che il sistema produttivo si flessibilizzi in modo da portare sul mercato prodotti sempre nuovi in tempi sempre più compressi, rispondendo a una domanda sempre più mutevole e personalizzata. Cambiando il sistema produttivo cambia di conseguenza la definizione e il contenuto stesso del lavoro. Si comincia a parlare di “lavori” al plurale e non di lavoro al singolare, anche per il moltiplicarsi di forme di lavoro diverse come contrattualità (a tempo determinato, indeterminato, lavoro interinale), orari (tempo pieno, parziale, turni), luoghi (lavoro a domicilio, consulenza, telelavoro) e finalità (lavoro nel settore privato, lavoro nel settore pubblico, lavoro in imprese sociali). Tale frammentazione del concetto di lavoro rende impossibile definire con scadenze certe la vita delle persone perché risulta più difficile la pianificazione di una carriera. I lavori diventano poi meno pesanti e più leggeri, meno maschili e più femminili, fluidi, cognitivi, relazionali. Quindi è proprio il concetto di lavoro a cambiare profondamente di significato passando da sinonimo di posto fisso, a forme istituzionali caratterizzate da una maggiore flessibità del vincolo contrattuale tra datore di lavoro e lavoratore. Ciò appare in linea con la politica economica neoliberista.
Nelle società primitive non poteva esistere un concetto di lavoro con il significato che gli si attribuiva nel XX secolo, come l’applicazione della volontà e della capacità umana alla produzione di beni e servizi. L’attività di produzione coincideva del tutto con quella di riproduzione dell’individuo e della specie, il tempo di lavoro era il tempo di vita. Il numero degli uomini su di un territorio era regolato da un equilibrio naturale, perciò essi disponevano dell’occorrente secondo i bisogni di quel tipo di società. Alcuni studi dimostrano che l’uomo paleolitico dedicava al lavoro mediamente due o tre ore giornaliere e disponeva di un’eccedenza di cibo, legname per il fuoco, pelli per coprirsi e materiali per gli utensili. Anche gli uomini delle società pre-classiche non avevano una concezione del tempo che dividesse nettamente vita e lavoro: anche per loro non aveva nessun senso né la parola lavoro nell’accezione moderna, né il concetto di tempo libero. Più tardi, in una società ormai divisa in classi fondata sullo sfruttamento degli schiavi, il lavoro coincise con l’attività normale di chi si dedicava ad attività manuali. Nelle società antiche il lavoro coincise con la vita, il cui scorrere non era diviso in tempi separati. Il frazionamento delle parti della giornata rientrava nell’alternarsi naturale di attività e riposo. Il lavoro era inteso come attività per ottenere un semplice valore d’uso, non come mezzo per produrre valore di scambio. Con i Greci e soprattutto con i Romani cominciano a nascere forme di specializzazione e di utilizzo del tempo, ma anche in questo caso la divisione tra giornata lavorativa e non lavorativa è sconosciuta: solo la necessità di riprendere le forze, di partecipare alla vita sociale, di combattere o di viaggiare, interrompevano l’attività di lavoro, non una convenzione sociale che dividesse la giornata in orari. Occorre attendere il XII secolo per trovare nel francese labeur e nell’inglese labour un termine che indica il concetto di lavoro in senso simile all’attuale, anche se legato esclusivamente all’attività agricola. Questa condizione si mantenne per tutto il medioevo. Nella Francia medioevale si lavorava mediamente poco più di 150 giorni l’anno. Sempre in Francia, nel ‘600, il maresciallo Vauban censì 140 giornate complete di non-lavoro (52 domeniche, 38 feste varie, 50 giorni di blocco per il gelo) più le vigilie, per un totale di 175 giorni. L’orario non era prefissato, coincideva in genere con le ore di luce dall’alba al tramonto. Nel ‘700 Voltaire, filosofo latifondista, lamentava “la proliferazione di feste locali, pregiudizievoli a un’attività economica conveniente. Sulle mie terre i contadini non lavorano che per otto mesi l’anno”. Ad abolire le 90 festività avrebbe provveduto la borghesia rivoluzionaria. Il trionfo giacobino avrebbe anche recato, in sostituzione della settimana, la decade operosa: un solo riposo festivo ogni dieci giorni. La diversa natura del lavoro appare invece nelle società urbane. Nel XIX secolo il lavoro diviene il mezzo per trasformare il mondo e l’uomo. Nella prima metà dell’Ottocento il lavoro era concepito come l’unico modo di valorizzare il mondo, di trasformarlo. Verso la fine di tale secolo e soprattutto dopo la sua rielaborazione da parte di Marx, il concetto di lavoro diviene molto ampio, sinonimo di trasformazione, creazione, produzione, un concetto che comprende qualsiasi attività che sostituisce la dimensione naturale con quella umana, cioè qualsiasi opera di trasformazione. Nel XX secolo si configura come un sistema di distribuzione del reddito, di partecipazione alla produzione remunerata di beni e servizi, di sicurezza sociale e di diritti. Occorre inoltre effettuare una distinzione tra il concetto di lavoro e il concetto di occupazione. L’occupazione è una caratteristica tipica delle società industriali, per molti secoli il lavoro era considerato come l'insieme delle attività del genere umano. La distinzione tra lavoro ed occupazione è stata introdotta dalla cultura industriale occidentale, intendendo per occupazione il lavoro remunerato come compenso per prestazioni rivolte alla produzione di beni e servizi. L’occupazione (cioè il lavoro remunerato) viene così accettata come parametro convenzionale per misurare il lavoro giungendo alla generalizzazione del concetto di occupazione come sinonimo di lavoro. Robertson ritiene che “il significato di occupazione tipico dell’era industriale è probabile che sia destinato ad esaurirsi”. Consistenti cambiamenti nell’organizzazione della vita e del lavoro evidenziano l’importanza di attività, un tempo ritenute improduttive, necessarie a rispondere a bisogni e scopi individuali e sociali come l’istruzione, la formazione, la sanità. In molte delle società attuali, oltre al lavoro remunerato (occupazione), si stanno sviluppando opportunità di lavoro legate ad attività scambiate direttamente tra le persone come il lavoro sociale e il volontariato. Quindi il lavoro non è sorto improvvisamente dal nulla in un certo periodo storico ma ha preso forma gradualmente assumendo come suo fondamento innanzitutto una dimensione economica, cioè il lavoro nasce come un fenomeno economico e astratto, come uno sforzo fisico, fino a diventare un fattore di produzione, un mezzo per raggiungere la ricchezza e la produzione di beni. In economia classica il lavoro è uno dei tre fattori di produzione; gli altri sono il terreno e il capitale, il lavoro è una delle misure dell’attività svolta dagli esseri umani. In generale, la parola lavoro si riferisce ad una qualsiasi attività discreta di produzione economica, tuttavia, nelle società capitaliste la parola lavoro è diventata sinonimo di impiego. Con questo si fa riferimento alla relazione a lungo termine tra il lavoratore e coloro che detengono il controllo legale degli altri fattori di produzione. In questo senso le persone parlano di trovare un lavoro o avere un lavoro. Il concetto di lavoro perciò raggruppa tutte queste dimensioni, ma nella società odierna è difficile trovare una definizione adeguata in quanto il lavoro sembra sgretolarsi e ricomporsi in molteplici attività, ognuna differente dall’altra. Nella società contemporanea il lavoro è sottoposto a profonde trasformazioni in virtù del processo di globalizzazione dei mercati e dell’introduzione di nuove tecnologie che hanno sconvolto la struttura tradizionale della società e dell’economia. Dalla produzione standardizzata di massa si è passati alla specializzazione produttiva flessibile.
La maggiore concorrenza sui mercati richiede che il sistema produttivo si flessibilizzi in modo da portare sul mercato prodotti sempre nuovi in tempi sempre più compressi, rispondendo a una domanda sempre più mutevole e personalizzata. Cambiando il sistema produttivo cambia di conseguenza la definizione e il contenuto stesso del lavoro. Si comincia a parlare di “lavori” al plurale e non di lavoro al singolare, anche per il moltiplicarsi di forme di lavoro diverse come contrattualità (a tempo determinato, indeterminato, lavoro interinale), orari (tempo pieno, parziale, turni), luoghi (lavoro a domicilio, consulenza, telelavoro) e finalità (lavoro nel settore privato, lavoro nel settore pubblico, lavoro in imprese sociali). Tale frammentazione del concetto di lavoro rende impossibile definire con scadenze certe la vita delle persone perché risulta più difficile la pianificazione di una carriera. I lavori diventano poi meno pesanti e più leggeri, meno maschili e più femminili, fluidi, cognitivi, relazionali. Quindi è proprio il concetto di lavoro a cambiare profondamente di significato passando da sinonimo di posto fisso, a forme istituzionali caratterizzate da una maggiore flessibità del vincolo contrattuale tra datore di lavoro e lavoratore. Ciò appare in linea con la politica economica neoliberista.
lunedì 21 gennaio 2008
UNA SINTESI SOCIOLOGICA E POLITICA DELLA QUALITA’ NEL LAVORO di Federico Zia
Conciliare flessibilità e sicurezza in modo conveniente per le imprese e per i lavoratori
Cos’è la qualità nel lavoro? La risposta va ricercata in una dimensione sociologica ed in una dimensione politica ed europeista. Dal punto di vista sociologico il concetto di qualità nel lavoro può essere riferito a quattro dimensioni individuate da Luciano Gallino, Alberto Baldissera e Paolo Ceri: la dimensione ergonomica, la dimensione della complessità, la dimensione dell’autonomia e la dimensione del controllo. Tali dimensioni corrispondono ai differenti bisogni dei lavoratori che si sono manifestati nel corso degli anni ed in diverse forme attraverso la loro protesta contro i modelli tradizionali di organizzazione del lavoro. La dimensione ergonomica corrisponde ai bisogni psicofisici del lavoratore. Questi bisogni comprendono un ambiente lavorativo non nocivo e stimolante e un lavoro che rispetti la struttura anatomica e le esigenze fisiologiche del lavoratore. La dimensione della complessità corrisponde ai bisogni di impegno nelle difficoltà, di creatività, di formazione professionale, di cumulazione dell’esperienza. Questa dimensione in particolare riguarda il grado di complessità dei problemi decisionali in cui ogni tipo di lavoro può essere scomposto, tanto più complesso è il problema, tanto più elevata è la qualità del lavoro lungo questa dimensione. La dimensione dell’autonomia corrisponde ai bisogni di stabilire con una certa discrezionalità le condizioni del proprio lavoro, la propria condotta lavorativa, le regole per svolgere una data attività o per raggiungere un obiettivo. La dimensione del controllo corrisponde al bisogno di controllare le condizioni generali del proprio lavoro, come l’oggetto della produzione, la sua destinazione, l’organizzazione, le attività da assegnare al proprio centro e agli altri centri di decisione. In particolare tale dimensione si riferisce alla partecipazione dei lavoratori alla formulazione degli obiettivi. Un lavoro qualitativamente soddisfacente dovrà presentare per ogni dimensione delle caratteristiche o proprietà atte a soddisfare i bisogni corrispondenti. Il concetto di qualità nel lavoro ha acquistato rilievo recentemente anche in ambito europeo, infatti secondo una definizione che ne da l’agenda per la politica sociale europea la qualità del lavoro significa “migliori offerte d’impiego e un maggiore equilibrio nel conciliare vita lavorativa e vita privata”, ed in particolare si riferisce agli impieghi di qualità, cioè alla qualità nell’ambito del lavoro e comprende sia le opportunità di impiego retribuito, sia le caratteristiche di tale impiego. Ciò naturalmente implica un elevato livello di protezione sociale, servizi sociali accessibili ed efficaci, opportunità e rispetto dei diritti sociali fondamentali. Tale concetto è relativo e multidimensionale perché prende in considerazione: le caratteristiche oggettive del posto di lavoro, come l’ambiente e l’attività da svolgere; le caratteristiche specifiche del lavoratore; la sintonia tra le caratteristiche specifiche del lavoratore e i requisiti per svolgere una determinata attività; la valutazione soggettiva, cioè il grado di soddisfazione personale, di tali caratteristiche da parte del singolo lavoratore; gli aspetti retributivi; le norme minime di garanzia; il funzionamento del mercato del lavoro nel suo insieme. Dato che il concetto di qualità nel lavoro è relativo e multidimensionale non esiste un unico indicatore o un’unica misura della qualità e non esiste una definizione concordata nella letteratura accademica. I diversi studi propongono differenti dimensioni della qualità del lavoro che interessano sia le caratteristiche specifiche del posto di lavoro come il contenuto, la retribuzione, l’orario e le qualifiche richieste, sia gli aspetti dell’ambiente di lavoro in senso ampio come le condizioni di lavoro, la formazione, le prospettive di avanzamento professionale e le assicurazioni contro gli infortuni e la malattia. Inoltre alcune ricerche si basano soltanto sul grado di soddisfazione personale come misura della qualità del lavoro. I metodi tradizionali per misurare il fattore “qualità” si basano sulle statistiche economiche come il calcolo della produttività per ora di lavoro o per reddito procapite, ma ovviamente occorre prendere in considerazione più dimensioni. La Commissione Europea suggerisce di raggruppare i principali componenti del concetto in due categorie principali, al fine di fornire un quadro d’analisi della qualità del lavoro, per identificare obiettivi politici precisi e relative norme, per sviluppare indicatori appropriati in base ai quali misurare le prestazioni confrontandole con gli obiettivi raggiunti. Tali categorie sono: le caratteristiche del posto di lavoro: caratteristiche oggettive e caratteristiche intrinseche, come il grado di soddisfazione professionale, la retribuzione, le gratifiche extrasalariali, l’orario di lavoro, le qualifiche, la formazione, le prospettive di carriera, il contenuto del lavoro, la sintonia tra esigenze del posto di lavoro e le qualifiche del lavoratore; l’ ambiente di lavoro e condizioni sul mercato del lavoro: parità di trattamento dei sessi, protezione della salute e della sicurezza, flessibilità e sicurezza, accesso al lavoro, equilibrio fra lavoro e sfera privata, dialogo sociale e partecipazione dei lavoratori, diversificazione e non discriminazione. In base a tali categorie la Commissione Europea ha elaborato degli indicatori della qualità del lavoro da inserire all’interno della strategia europea sull’occupazione, per valutare il raggiungimento degli obiettivi di qualità da parte delle politiche degli Stati membri. Le due categorie principali sono state distinte in settori all’interno dei quali sono stati elaborati determinati indicatori che comprendono la soddisfazione personale, la produzione annua media per lavoratore, la sicurezza del posto di lavoro, le opportunità di specializzazione e le prospettive di carriera. La qualità dell’occupazione costituisce un fattore determinante per raggiungere nuove opportunità di lavoro qualitativamente e quantitativamente migliori e per creare un’economia competitiva. Per migliorare la qualità nel lavoro e per far crescere la produttività sono importanti i livelli di conoscenza e di qualificazione corrispondenti ai nuovi bisogni del mercato del lavoro come la capacità di svolgere compiti complessi e non ripetitivi. Inoltre alcune indagini sul livello di formazione, come quella svolta dall’OCSE nel 2001 intitolata “Il benessere della nazioni, il ruolo del capitale umano e sociale”, segnalano una forte correlazione tra la diseguale ripartizione dei livelli di formazione e la conseguente iniqua ripartizione dei redditi, ciò evidenzia l’esistenza di uno stretto legame tra livelli di competenza e livelli salariali. Accrescere la qualità nel lavoro tramite il perfezionamento professionale e un maggior grado di soddisfazione da parte della persona conciliando al meglio vita professionale e sfera privata, può comportare un aumento della produttività, può contribuire ad una crescita del tasso d’occupazione, può facilitare l’innovazione organizzativa e l’accesso al lavoro. Quindi “qualità nel lavoro” significa anche elevato tenore di vita e crescita economica. La crescente importanza dei modelli di lavoro flessibili e nuovi può entrare in contrasto con alcuni dei componenti europei della qualità del lavoro come la sicurezza del posto di lavoro, le opportunità di specializzazione, le prospettive di carriera. Occorre quindi riuscire a conciliare con adeguate politiche flessibilità e sicurezza in modo conveniente per le imprese e per i lavoratori anche attraverso un’adeguata formazione ed investimenti sulle risorse umane.
Cos’è la qualità nel lavoro? La risposta va ricercata in una dimensione sociologica ed in una dimensione politica ed europeista. Dal punto di vista sociologico il concetto di qualità nel lavoro può essere riferito a quattro dimensioni individuate da Luciano Gallino, Alberto Baldissera e Paolo Ceri: la dimensione ergonomica, la dimensione della complessità, la dimensione dell’autonomia e la dimensione del controllo. Tali dimensioni corrispondono ai differenti bisogni dei lavoratori che si sono manifestati nel corso degli anni ed in diverse forme attraverso la loro protesta contro i modelli tradizionali di organizzazione del lavoro. La dimensione ergonomica corrisponde ai bisogni psicofisici del lavoratore. Questi bisogni comprendono un ambiente lavorativo non nocivo e stimolante e un lavoro che rispetti la struttura anatomica e le esigenze fisiologiche del lavoratore. La dimensione della complessità corrisponde ai bisogni di impegno nelle difficoltà, di creatività, di formazione professionale, di cumulazione dell’esperienza. Questa dimensione in particolare riguarda il grado di complessità dei problemi decisionali in cui ogni tipo di lavoro può essere scomposto, tanto più complesso è il problema, tanto più elevata è la qualità del lavoro lungo questa dimensione. La dimensione dell’autonomia corrisponde ai bisogni di stabilire con una certa discrezionalità le condizioni del proprio lavoro, la propria condotta lavorativa, le regole per svolgere una data attività o per raggiungere un obiettivo. La dimensione del controllo corrisponde al bisogno di controllare le condizioni generali del proprio lavoro, come l’oggetto della produzione, la sua destinazione, l’organizzazione, le attività da assegnare al proprio centro e agli altri centri di decisione. In particolare tale dimensione si riferisce alla partecipazione dei lavoratori alla formulazione degli obiettivi. Un lavoro qualitativamente soddisfacente dovrà presentare per ogni dimensione delle caratteristiche o proprietà atte a soddisfare i bisogni corrispondenti. Il concetto di qualità nel lavoro ha acquistato rilievo recentemente anche in ambito europeo, infatti secondo una definizione che ne da l’agenda per la politica sociale europea la qualità del lavoro significa “migliori offerte d’impiego e un maggiore equilibrio nel conciliare vita lavorativa e vita privata”, ed in particolare si riferisce agli impieghi di qualità, cioè alla qualità nell’ambito del lavoro e comprende sia le opportunità di impiego retribuito, sia le caratteristiche di tale impiego. Ciò naturalmente implica un elevato livello di protezione sociale, servizi sociali accessibili ed efficaci, opportunità e rispetto dei diritti sociali fondamentali. Tale concetto è relativo e multidimensionale perché prende in considerazione: le caratteristiche oggettive del posto di lavoro, come l’ambiente e l’attività da svolgere; le caratteristiche specifiche del lavoratore; la sintonia tra le caratteristiche specifiche del lavoratore e i requisiti per svolgere una determinata attività; la valutazione soggettiva, cioè il grado di soddisfazione personale, di tali caratteristiche da parte del singolo lavoratore; gli aspetti retributivi; le norme minime di garanzia; il funzionamento del mercato del lavoro nel suo insieme. Dato che il concetto di qualità nel lavoro è relativo e multidimensionale non esiste un unico indicatore o un’unica misura della qualità e non esiste una definizione concordata nella letteratura accademica. I diversi studi propongono differenti dimensioni della qualità del lavoro che interessano sia le caratteristiche specifiche del posto di lavoro come il contenuto, la retribuzione, l’orario e le qualifiche richieste, sia gli aspetti dell’ambiente di lavoro in senso ampio come le condizioni di lavoro, la formazione, le prospettive di avanzamento professionale e le assicurazioni contro gli infortuni e la malattia. Inoltre alcune ricerche si basano soltanto sul grado di soddisfazione personale come misura della qualità del lavoro. I metodi tradizionali per misurare il fattore “qualità” si basano sulle statistiche economiche come il calcolo della produttività per ora di lavoro o per reddito procapite, ma ovviamente occorre prendere in considerazione più dimensioni. La Commissione Europea suggerisce di raggruppare i principali componenti del concetto in due categorie principali, al fine di fornire un quadro d’analisi della qualità del lavoro, per identificare obiettivi politici precisi e relative norme, per sviluppare indicatori appropriati in base ai quali misurare le prestazioni confrontandole con gli obiettivi raggiunti. Tali categorie sono: le caratteristiche del posto di lavoro: caratteristiche oggettive e caratteristiche intrinseche, come il grado di soddisfazione professionale, la retribuzione, le gratifiche extrasalariali, l’orario di lavoro, le qualifiche, la formazione, le prospettive di carriera, il contenuto del lavoro, la sintonia tra esigenze del posto di lavoro e le qualifiche del lavoratore; l’ ambiente di lavoro e condizioni sul mercato del lavoro: parità di trattamento dei sessi, protezione della salute e della sicurezza, flessibilità e sicurezza, accesso al lavoro, equilibrio fra lavoro e sfera privata, dialogo sociale e partecipazione dei lavoratori, diversificazione e non discriminazione. In base a tali categorie la Commissione Europea ha elaborato degli indicatori della qualità del lavoro da inserire all’interno della strategia europea sull’occupazione, per valutare il raggiungimento degli obiettivi di qualità da parte delle politiche degli Stati membri. Le due categorie principali sono state distinte in settori all’interno dei quali sono stati elaborati determinati indicatori che comprendono la soddisfazione personale, la produzione annua media per lavoratore, la sicurezza del posto di lavoro, le opportunità di specializzazione e le prospettive di carriera. La qualità dell’occupazione costituisce un fattore determinante per raggiungere nuove opportunità di lavoro qualitativamente e quantitativamente migliori e per creare un’economia competitiva. Per migliorare la qualità nel lavoro e per far crescere la produttività sono importanti i livelli di conoscenza e di qualificazione corrispondenti ai nuovi bisogni del mercato del lavoro come la capacità di svolgere compiti complessi e non ripetitivi. Inoltre alcune indagini sul livello di formazione, come quella svolta dall’OCSE nel 2001 intitolata “Il benessere della nazioni, il ruolo del capitale umano e sociale”, segnalano una forte correlazione tra la diseguale ripartizione dei livelli di formazione e la conseguente iniqua ripartizione dei redditi, ciò evidenzia l’esistenza di uno stretto legame tra livelli di competenza e livelli salariali. Accrescere la qualità nel lavoro tramite il perfezionamento professionale e un maggior grado di soddisfazione da parte della persona conciliando al meglio vita professionale e sfera privata, può comportare un aumento della produttività, può contribuire ad una crescita del tasso d’occupazione, può facilitare l’innovazione organizzativa e l’accesso al lavoro. Quindi “qualità nel lavoro” significa anche elevato tenore di vita e crescita economica. La crescente importanza dei modelli di lavoro flessibili e nuovi può entrare in contrasto con alcuni dei componenti europei della qualità del lavoro come la sicurezza del posto di lavoro, le opportunità di specializzazione, le prospettive di carriera. Occorre quindi riuscire a conciliare con adeguate politiche flessibilità e sicurezza in modo conveniente per le imprese e per i lavoratori anche attraverso un’adeguata formazione ed investimenti sulle risorse umane.
martedì 15 gennaio 2008
INTERVISTA AL CONSIGLIERE REGIONALE ANTONIO VERINI (LD) di Federico Zia
“Dobbiamo fare di più per le aree interne anche per un necessario principio di solidarietà”
L’AQUILA. L’Abruzzo è una regione con delle enormi potenzialità ma stenta a camminare da sola. Alcune delle cause della mancata crescita possono essere ricercate negli anni passati nelle problematiche riscontrate nella gestione del territorio, nella mancanza di infrastrutture adeguate e nell’eccessiva burocrazia a tutti i livelli. Ne abbiamo parlato con il Presidente della II Commissione Consiliare Permanente, Governo del Territorio, Lavori Pubblici, Ordinamento Uffici ed Enti Locali, Consigliere Regionale e Segretario Regionale dei Liberal Democratici, On. Antonio Verini.
On. Verini, l’Abruzzo potrebbe essere configurato come un sistema regionale rappresentabile come regione-città per conformazione, distanze e basso numero di residenti, che dovrebbe facilitarne la gestione. Inoltre l’ambiente sociale è caratterizzato dalla scarsa presenza di criminalità e conflittualità sociale. A che cosa sono dovute quindi le difficoltà gestionali incontrate dalle passate Amministrazioni Regionali?
Non c’è dubbio che l’Abruzzo con le sue caratteristiche di piccola regione potrebbe avere uno sviluppo diverso rispetto a quello che ha. Le difficoltà sono molte, anche oggettive per la verità. Innanzitutto c’è uno sviluppo differenziato tra la costa e le aree interne. La costa è privilegiata sia per la natura geografica sia perché gran parte della popolazione risiede lì. Le aree interne dovrebbero ricevere una maggiore attenzione da parte dell’Amministrazione, sia nazionale che regionale, un’attenzione che, proclami a parte, non c’è mai stata. Anche questa legislatura, per difficoltà oggettive che nascono dalla diminuzione delle risorse, non sta facendo tutto quello che dovrebbe fare. La dicotomia costa-montagna è una delle principali motivazioni per cui l’Abruzzo stenta a decollare. Occorre anche considerare il fatto che vi è una crisi che non riguarda soltanto la nostra regione ma il panorama socioeconomico internazionale. Stiamo attraversando un brutto momento a livello di congiuntura internazionale, con una recessione dell’economia americana e con restrizioni del credito in atto. Quando si vivono momenti difficili occorre un impegno di tutti perché le difficoltà in cui si dibatte l’Abruzzo possano essere superate. Questo è il mio impegno attuale e futuro.
L’Abruzzo ha una posizione geografica ed un patrimonio storico, naturale ed artistico invidiabile. Collega il Nord con il Sud, ha sbocchi commerciali sul Mediterraneo e sui Balcani, è vicina a grandi città come Roma e Napoli. Non sarebbe conveniente sfruttare tali peculiarità dal punto di vista turistico e commerciale? Ci si sta muovendo in questa direzione?
Credo che tali caratteristiche siano uniche in Italia. L’Abruzzo è ponte naturale tra Ovest (Tirreno), Est (Balcani), Nord (mercati Ue) e Sud (Mediterraneo e Asia). Dobbiamo valorizzare questa posizione di regione cerniera per poter realizzare un progetto di breve e lungo termine. Occorre puntare sullo sviluppo di nuovi traffici commerciali e di nuove filiere industriali, ma non solo. In un momento in cui le grandi industrie chiudono e diminuiscono i posti di lavoro, occorre reagire anche rilanciando il turismo sfruttando una posizione geografica vantaggiosa, privilegiando il territorio interno capace di attrarre turisti sia durante la stagione estiva sia durante quella invernale. La Regione sotto questo aspetto sta facendo abbastanza ma occorrono progetti e risorse per le aree interne. Occorre puntare sull’accoglienza, sul rapporto tra prezzi e qualità e su una maggiore formazione degli operatori del settore.
Un altro punto di forza potrebbe essere rappresentato dal sistema imprenditoriale tipico del territorio composto da piccole e medie imprese e dal terziario avanzato. Eppure la regione sta attraversando un momento difficile, diminuisce la ricchezza prodotta, cala l’esportazione delle piccole imprese, diminuiscono il reddito delle persone e gli investimenti. Secondo Lei come bisognerebbe agire per invertire tale tendenza?
Le produzioni tipiche regionali, come le costruzioni, il tessile, l’abbigliamento o l’ alimentare, sono in difficoltà, seppure con eccezioni rilevanti, si pensi ad esempio alla De Cecco. Per invertire una simile tendenza ci vorrebbero delle incentivazioni mirate per l’innovazione tecnologica. Il cittadino o l’imprenditore che decida di investire in iniziative economiche, o per libera scelta o perché non trova sbocchi occupazionali o non ha altri riferimenti, deve essere incoraggiato. Così come le imprese esistenti devono essere aiutate a stare al passo con i tempi. Sotto questo aspetto le risorse scarseggiano, i fondi europei sono ridotti rispetto a quanto prima disponibile. Inoltre anche il Governo Nazionale non investe molto sulle iniziative d’impresa, ed occorre fare uno sforzo maggiore. Il cittadino va incoraggiato, aiutato e sostenuto sia quando vuole produrre, sia nei momenti di difficoltà. Da questo punto di vista la Regione può fare di più, in materia di accesso e costo del credito ed in materia di incentivazione tecnologica.
L’Abruzzo ha una situazione infrastrutturale, in termini di dotazioni fisiche, che lo pone in una situazione di svantaggio competitivo rispetto a quello delle aree più avanzate. Come bisognerebbe agire per risolvere il problema?
Il problema delle infrastrutture non è nuovo, e si trascina da decenni. Risolvere il problema richiede anni, soprattutto a L’Aquila priva di un aeroporto e di una ferrovia degna di questo nome. Purtroppo oggi viviamo in una società in cui chi ha riesce ad avere sempre di più chi non ha fa un grande sforzo, spesso vano, per raggiungere le stesse condizioni di chi già ha. Questo svantaggio va recuperato innanzitutto impiegando maggiori risorse ed energie, se non vogliamo un Abruzzo a molte velocità.
Occorre anche considerare che la macchina amministrativa locale tarda a conformarsi alle urgenze del mondo produttivo secondo i modelli di efficienza e speditezza richiesti dallo scenario competitivo internazionale. Dove e come intervenire?
La macchina burocratica rallenta ogni cosa. Se non diamo una soluzione ai tempi lunghi dell’amministrazione a tutti i livelli, è chiaro che le cose non si risolvono. Chi governa oggi il territorio, come i sindaci, deve dare una svolta forte stabilendo delle regole precise e tempi certi per l’espletamento di qualsiasi processo amministrativo. Ma per stabilirle occorrono delle persone capaci e più avvezze allo studio delle carte che non alla comunicazione narcisistica fine a sé stessa.
Lo sviluppo regionale è messo in discussione anche dalla scarsa attitudine ad introdurre regolarmente ed in tempi brevi innovazioni tecnologiche, aggravata da effettive difficoltà collegate alla mancanza di centri di ricerca legati all’impresa. Come tornare ad essere competitivi?
Oggi se vogliamo essere competitivi dobbiamo investire in ricerca, formazione, innovazione. La ricerca genera nuove idee, la formazione le trasmette, l’innovazione le trasforma in nuovi prodotti-servizi. Il nostro costo del lavoro è superiore ad altre nazioni ed i nostri industriali vanno ad investire all’estero per quanto concerne i prodotti a bassa tecnologia. Noi possiamo essere competitivi nella ricerca avanzata o su di un prodotto di altissima qualità rispetto ad altri Paesi che non hanno una manodopera qualificata come la nostra. Inoltre occorre investire di più sia sull’innovazione che sulla ricerca. Se riusciremo a risolvere questo problema saremo competitivi e anche la nostra economia tornerà a crescere.
Come si sta muovendo in favore delle aree interne?
Mi sono sempre battuto con convinzione per le aree interne perché sono quelle che soffrono di più, purtroppo quando mancano risorse è difficile anche dare soluzioni ai problemi. Attualmente le risorse a disposizione della Regione non consentono di dare delle risposte concrete al territorio interno e per questo dobbiamo fare di più anche per quel principio di solidarietà che ci deve essere fra la fascia costiera e le aree interne sapendo che se noi riusciamo a recuperare lo svantaggio che abbiamo è chiaro che tutto l’Abruzzo crescerà. Sicuramente ne avrà un vantaggio la popolazione della provincia dell’Aquila, l’unica che non ha sbocco sul mare e quindi la più penalizzata. Occorre maggiore solidarietà ed apertura mentale rispetto al passato.
Per concludere, un suo personalissimo giudizio sull’operato dell’Amministrazione Comunale da una parte e di quella Provinciale dall’altra….
In Comune ci troviamo in una posizione di attesa e per certi versi critica. Il sindaco Cialente proclama molte cose, è vero che la sua Amministrazione è partita da poco ma dalle parole occorre passare ai fatti. Certamente il nostro gruppo consiliare sarà molto critico, se ci saranno i fatti saremo disponibili a continuare questo percorso che abbiamo iniziato insieme ma se non ci sarà questa svolta è chiaro che ci porremo in una posizione diversa, saremo liberi di dare il nostro giudizio ed il nostro voto in base alle circostanze. Per quanto riguarda la Provincia siamo alla fine della legislatura e non mi sembra che si siano risolti tanti problemi. E’ vero che la Provincia ha meno competenze rispetto all’ente comunale però le cose che può fare le deve fare, meno parole, meno apparizioni televisive, meno apparizioni sui giornali, che stancano la gente, più fatti e soluzioni ai problemi.
L’AQUILA. L’Abruzzo è una regione con delle enormi potenzialità ma stenta a camminare da sola. Alcune delle cause della mancata crescita possono essere ricercate negli anni passati nelle problematiche riscontrate nella gestione del territorio, nella mancanza di infrastrutture adeguate e nell’eccessiva burocrazia a tutti i livelli. Ne abbiamo parlato con il Presidente della II Commissione Consiliare Permanente, Governo del Territorio, Lavori Pubblici, Ordinamento Uffici ed Enti Locali, Consigliere Regionale e Segretario Regionale dei Liberal Democratici, On. Antonio Verini.
On. Verini, l’Abruzzo potrebbe essere configurato come un sistema regionale rappresentabile come regione-città per conformazione, distanze e basso numero di residenti, che dovrebbe facilitarne la gestione. Inoltre l’ambiente sociale è caratterizzato dalla scarsa presenza di criminalità e conflittualità sociale. A che cosa sono dovute quindi le difficoltà gestionali incontrate dalle passate Amministrazioni Regionali?
Non c’è dubbio che l’Abruzzo con le sue caratteristiche di piccola regione potrebbe avere uno sviluppo diverso rispetto a quello che ha. Le difficoltà sono molte, anche oggettive per la verità. Innanzitutto c’è uno sviluppo differenziato tra la costa e le aree interne. La costa è privilegiata sia per la natura geografica sia perché gran parte della popolazione risiede lì. Le aree interne dovrebbero ricevere una maggiore attenzione da parte dell’Amministrazione, sia nazionale che regionale, un’attenzione che, proclami a parte, non c’è mai stata. Anche questa legislatura, per difficoltà oggettive che nascono dalla diminuzione delle risorse, non sta facendo tutto quello che dovrebbe fare. La dicotomia costa-montagna è una delle principali motivazioni per cui l’Abruzzo stenta a decollare. Occorre anche considerare il fatto che vi è una crisi che non riguarda soltanto la nostra regione ma il panorama socioeconomico internazionale. Stiamo attraversando un brutto momento a livello di congiuntura internazionale, con una recessione dell’economia americana e con restrizioni del credito in atto. Quando si vivono momenti difficili occorre un impegno di tutti perché le difficoltà in cui si dibatte l’Abruzzo possano essere superate. Questo è il mio impegno attuale e futuro.
L’Abruzzo ha una posizione geografica ed un patrimonio storico, naturale ed artistico invidiabile. Collega il Nord con il Sud, ha sbocchi commerciali sul Mediterraneo e sui Balcani, è vicina a grandi città come Roma e Napoli. Non sarebbe conveniente sfruttare tali peculiarità dal punto di vista turistico e commerciale? Ci si sta muovendo in questa direzione?
Credo che tali caratteristiche siano uniche in Italia. L’Abruzzo è ponte naturale tra Ovest (Tirreno), Est (Balcani), Nord (mercati Ue) e Sud (Mediterraneo e Asia). Dobbiamo valorizzare questa posizione di regione cerniera per poter realizzare un progetto di breve e lungo termine. Occorre puntare sullo sviluppo di nuovi traffici commerciali e di nuove filiere industriali, ma non solo. In un momento in cui le grandi industrie chiudono e diminuiscono i posti di lavoro, occorre reagire anche rilanciando il turismo sfruttando una posizione geografica vantaggiosa, privilegiando il territorio interno capace di attrarre turisti sia durante la stagione estiva sia durante quella invernale. La Regione sotto questo aspetto sta facendo abbastanza ma occorrono progetti e risorse per le aree interne. Occorre puntare sull’accoglienza, sul rapporto tra prezzi e qualità e su una maggiore formazione degli operatori del settore.
Un altro punto di forza potrebbe essere rappresentato dal sistema imprenditoriale tipico del territorio composto da piccole e medie imprese e dal terziario avanzato. Eppure la regione sta attraversando un momento difficile, diminuisce la ricchezza prodotta, cala l’esportazione delle piccole imprese, diminuiscono il reddito delle persone e gli investimenti. Secondo Lei come bisognerebbe agire per invertire tale tendenza?
Le produzioni tipiche regionali, come le costruzioni, il tessile, l’abbigliamento o l’ alimentare, sono in difficoltà, seppure con eccezioni rilevanti, si pensi ad esempio alla De Cecco. Per invertire una simile tendenza ci vorrebbero delle incentivazioni mirate per l’innovazione tecnologica. Il cittadino o l’imprenditore che decida di investire in iniziative economiche, o per libera scelta o perché non trova sbocchi occupazionali o non ha altri riferimenti, deve essere incoraggiato. Così come le imprese esistenti devono essere aiutate a stare al passo con i tempi. Sotto questo aspetto le risorse scarseggiano, i fondi europei sono ridotti rispetto a quanto prima disponibile. Inoltre anche il Governo Nazionale non investe molto sulle iniziative d’impresa, ed occorre fare uno sforzo maggiore. Il cittadino va incoraggiato, aiutato e sostenuto sia quando vuole produrre, sia nei momenti di difficoltà. Da questo punto di vista la Regione può fare di più, in materia di accesso e costo del credito ed in materia di incentivazione tecnologica.
L’Abruzzo ha una situazione infrastrutturale, in termini di dotazioni fisiche, che lo pone in una situazione di svantaggio competitivo rispetto a quello delle aree più avanzate. Come bisognerebbe agire per risolvere il problema?
Il problema delle infrastrutture non è nuovo, e si trascina da decenni. Risolvere il problema richiede anni, soprattutto a L’Aquila priva di un aeroporto e di una ferrovia degna di questo nome. Purtroppo oggi viviamo in una società in cui chi ha riesce ad avere sempre di più chi non ha fa un grande sforzo, spesso vano, per raggiungere le stesse condizioni di chi già ha. Questo svantaggio va recuperato innanzitutto impiegando maggiori risorse ed energie, se non vogliamo un Abruzzo a molte velocità.
Occorre anche considerare che la macchina amministrativa locale tarda a conformarsi alle urgenze del mondo produttivo secondo i modelli di efficienza e speditezza richiesti dallo scenario competitivo internazionale. Dove e come intervenire?
La macchina burocratica rallenta ogni cosa. Se non diamo una soluzione ai tempi lunghi dell’amministrazione a tutti i livelli, è chiaro che le cose non si risolvono. Chi governa oggi il territorio, come i sindaci, deve dare una svolta forte stabilendo delle regole precise e tempi certi per l’espletamento di qualsiasi processo amministrativo. Ma per stabilirle occorrono delle persone capaci e più avvezze allo studio delle carte che non alla comunicazione narcisistica fine a sé stessa.
Lo sviluppo regionale è messo in discussione anche dalla scarsa attitudine ad introdurre regolarmente ed in tempi brevi innovazioni tecnologiche, aggravata da effettive difficoltà collegate alla mancanza di centri di ricerca legati all’impresa. Come tornare ad essere competitivi?
Oggi se vogliamo essere competitivi dobbiamo investire in ricerca, formazione, innovazione. La ricerca genera nuove idee, la formazione le trasmette, l’innovazione le trasforma in nuovi prodotti-servizi. Il nostro costo del lavoro è superiore ad altre nazioni ed i nostri industriali vanno ad investire all’estero per quanto concerne i prodotti a bassa tecnologia. Noi possiamo essere competitivi nella ricerca avanzata o su di un prodotto di altissima qualità rispetto ad altri Paesi che non hanno una manodopera qualificata come la nostra. Inoltre occorre investire di più sia sull’innovazione che sulla ricerca. Se riusciremo a risolvere questo problema saremo competitivi e anche la nostra economia tornerà a crescere.
Come si sta muovendo in favore delle aree interne?
Mi sono sempre battuto con convinzione per le aree interne perché sono quelle che soffrono di più, purtroppo quando mancano risorse è difficile anche dare soluzioni ai problemi. Attualmente le risorse a disposizione della Regione non consentono di dare delle risposte concrete al territorio interno e per questo dobbiamo fare di più anche per quel principio di solidarietà che ci deve essere fra la fascia costiera e le aree interne sapendo che se noi riusciamo a recuperare lo svantaggio che abbiamo è chiaro che tutto l’Abruzzo crescerà. Sicuramente ne avrà un vantaggio la popolazione della provincia dell’Aquila, l’unica che non ha sbocco sul mare e quindi la più penalizzata. Occorre maggiore solidarietà ed apertura mentale rispetto al passato.
Per concludere, un suo personalissimo giudizio sull’operato dell’Amministrazione Comunale da una parte e di quella Provinciale dall’altra….
In Comune ci troviamo in una posizione di attesa e per certi versi critica. Il sindaco Cialente proclama molte cose, è vero che la sua Amministrazione è partita da poco ma dalle parole occorre passare ai fatti. Certamente il nostro gruppo consiliare sarà molto critico, se ci saranno i fatti saremo disponibili a continuare questo percorso che abbiamo iniziato insieme ma se non ci sarà questa svolta è chiaro che ci porremo in una posizione diversa, saremo liberi di dare il nostro giudizio ed il nostro voto in base alle circostanze. Per quanto riguarda la Provincia siamo alla fine della legislatura e non mi sembra che si siano risolti tanti problemi. E’ vero che la Provincia ha meno competenze rispetto all’ente comunale però le cose che può fare le deve fare, meno parole, meno apparizioni televisive, meno apparizioni sui giornali, che stancano la gente, più fatti e soluzioni ai problemi.
lunedì 7 gennaio 2008
VERSO LA RIDEFINIZIONE DELLO STATO SOCIALE di Federico Zia
Lo Stato Sociale nacque per ribattere alle sfide dell’era industriale ma il contesto di riferimento è radicalmente cambiato
La ridefinizione dello Stato Sociale si colloca all’interno della crisi più generale dei sistemi di protezione sociale nati in uno stretto legame con il modello di produzione taylor-fordista. In Europa Occidentale questo modello ha avuto la sua massima espansione fra il 1950 e il 1970, poi ha cominciato a manifestare segni di crisi, tra cui la scarsa efficienza dei servizi pubblici, la difficoltà a trovare risorse sempre più ingenti per finanziare le spese statali, una forte crescita dell’inflazione alimentata dalla crescente spesa pubblica. Di conseguenza in tutti i Paesi occidentali si è manifestata una progressiva riduzione dell’intervento dello Stato nel sistema economico dando vita ad ampi fenomeni di privatizzazione. Lo Stato Sociale nacque per ribattere alle sfide dell’era industriale ma il contesto di riferimento nell’attuale fase storica è radicalmente cambiato. La situazione demografica caratterizzata da un rapido processo di invecchiamento della popolazione, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’insicurezza della stabilità del posto di lavoro, l’immigrazione, la nascita di nuove povertà, la mondializzazione dell’economia e il mutamento avvenuto nel mondo della produzione, hanno messo in discussione il modello di Stato Sociale che si concepiva come protezione sociale per i periodi precedenti e seguenti il rapporto di lavoro stabile. La crisi di tale modello e la politica economica neoliberista hanno alimentato diverse pressioni alla riduzione del finanziamento e di conseguenza alle prestazioni dello Stato Sociale. L’opinione dominante considera lo smantellamento dello Stato Sociale e una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro come i principali elementi per reagire ad un elevato tasso di disoccupazione e all’invecchiamento della popolazione. Ma la flessibilità e la liberalizzazione non possono essere l’unica soluzione dei problemi contemporanei. Economisti del lavoro del calibro di Katz, Loverman e Blanchflower, parlano dell’emergere della nuova classe di “woorking poors”, la flessibilità offre la possibilità alle imprese di aggiustare rapidamente la produzione in funzione della domanda, licenziando e assumendo senza costi, ma parallelamente si crea una classe di lavoratori destinati ai “bad jobs”, lavoratori occupati ma precari e mal retribuiti. Secondo Ferrera occorre adattare il welfare al nuovo contesto. Ferrera individua due grandi transizioni che stanno modificando il profilo socioeconomico occidentale: la transizione socio-demografica, collegata per quanto riguarda il declino delle nascite, ai nuovi rapporti di genere e alle aspirazioni di indipendenza personale e auto-realizzazione delle donne; la transizione verso un’economia basata sui servizi e sulla conoscenza. Quindi Ferrera ritiene che lo Stato Sociale debba essere ridefinito attraverso una modernizzazione intelligente basata sulla corretta identificazione dei nuovi rischi e bisogni sociali connessi alla difficoltà di conciliare lavoro e cura, vita professionale e familiare, soprattutto per le donne; al mancato accesso alla conoscenza, soprattutto per i giovani; all’obsolescenza delle competenze professionali, soprattutto per i lavoratori con basse qualifiche; alla marginalizzazione ed esclusione dall’economia della conoscenza, dal mercato del lavoro e dal tessuto sociale. L’approccio per prevenire simili rischi deve consistere nell’elaborare una nuova grande strategia di politica sociale che metta al centro del welfare i nuovi rischi, le donne e i giovani. Questa strategia deve basarsi sul concetto di ricalibratura. Riformare il welfare significa spostare i pesi da alcune funzioni ad altre. Ferrera ritiene che occorre concentrare l’impegno riformista verso tre diverse dimensioni di ricalibratura: funzionale, ridistributiva e normativa. La ricalibratura funzionale riguarda i rischi oggetto di protezione. Lo Stato Sociale protegge troppo la vecchiaia e troppo poco i nuovi rischi collegati alle altre fasi del ciclo della vita. In particolare il lavoro precario, i carichi familiari, l’esclusione sociale, la non auto-sufficienza, l’obsolescenza delle competenze professionali e la mancanza di opportunità formative non hanno una adeguata protezione. La ricalibratura distributiva riguarda le categorie oggetto di protezione in quanto vi sono categorie iper-tutelate, come i lavoratori con posto stabile, e categorie quasi prive di tutela, come i lavoratori precari. La ricalibratura normativa riguarda i simboli e i valori. Tale tipo di ricalibratura necessita di due operazioni: ancorare strategie di politica sociale a esplicite teorie di giustizia distributiva, anziché a vecchie teorie politiche sul conflitto fra le classi; assegnare il maggior peso possibile al valore dell’equità. Tra i diversi studiosi che si stanno occupando della ridefinizione dello Stato Sociale occorre menzionare anche Massimo Paci secondo cui occorre rigettare ogni concezione del welfare pubblico come elemento di parassitismo dell’economia e sottolineare la sua importanza come un potente volano per l’occupazione e per uno sviluppo di qualità. La questione della ridefinizione dello Stato Sociale quindi non riguarda il fatto di identificare le minacce per l’esistenza del welfare, ma occorre soprattutto basarsi su analisi rigorose e non su pregiudizi ideologici. Ciò che costituisce una grande risorsa di occupazione e di sviluppo civile è l’aumento dell’offerta di servizi di welfare riferiti alla grande quantità di bisogni insoddisfatti nei campi dell’inserimento sociale e lavorativo, della formazione permanente, dell’accudimento dei minori e degli anziani, della promozione della salute, della cultura, dell’ambiente, del tempo libero. All’interno del welfare si trova una modalità specifica di offerta dei servizi che può costituire una grande risorsa da valorizzare, cioè lo sviluppo di progetti comuni tra istituzioni e parti della società che possono aumentare l’efficacia dei servizi offerti e ridurre i costi per l’erario, progetti di economia sociale o di amministrazione condivisa. Paci si riferisce alle esperienze di deistituzionalizzazione di servizi di cura e di assistenza, ai progetti integrati di recupero urbano con la partecipazione dei residenti, agli asili di palazzo, alla manutenzione e valorizzazione di risorse ambientali e beni culturali, alla gestione di parchi, giardini, piazze, ecc. Paci riconosce che tale ambito d’intervento è privilegiato da coloro che operano nel terzo settore, ma può diventare una risorsa importante anche per altri soggetti. La crisi dello Stato Sociale ha fatto emergere una attenzione particolare verso una serie di soggetti associativi che si collocano nello spazio pubblico tra lo Stato e il mercato definiti come terzo settore, cioè il volontariato, la cooperazione sociale, l’associazionismo e le organizzazioni non profit. E’ augurabile che il terzo settore, grazie all’azione quotidiana e al radicamento nel territorio, possa creare nel prossimo futuro cittadinanza per chi ne è privo.
La ridefinizione dello Stato Sociale si colloca all’interno della crisi più generale dei sistemi di protezione sociale nati in uno stretto legame con il modello di produzione taylor-fordista. In Europa Occidentale questo modello ha avuto la sua massima espansione fra il 1950 e il 1970, poi ha cominciato a manifestare segni di crisi, tra cui la scarsa efficienza dei servizi pubblici, la difficoltà a trovare risorse sempre più ingenti per finanziare le spese statali, una forte crescita dell’inflazione alimentata dalla crescente spesa pubblica. Di conseguenza in tutti i Paesi occidentali si è manifestata una progressiva riduzione dell’intervento dello Stato nel sistema economico dando vita ad ampi fenomeni di privatizzazione. Lo Stato Sociale nacque per ribattere alle sfide dell’era industriale ma il contesto di riferimento nell’attuale fase storica è radicalmente cambiato. La situazione demografica caratterizzata da un rapido processo di invecchiamento della popolazione, l’ingresso massiccio delle donne nel mercato del lavoro, l’aumento della disoccupazione, l’insicurezza della stabilità del posto di lavoro, l’immigrazione, la nascita di nuove povertà, la mondializzazione dell’economia e il mutamento avvenuto nel mondo della produzione, hanno messo in discussione il modello di Stato Sociale che si concepiva come protezione sociale per i periodi precedenti e seguenti il rapporto di lavoro stabile. La crisi di tale modello e la politica economica neoliberista hanno alimentato diverse pressioni alla riduzione del finanziamento e di conseguenza alle prestazioni dello Stato Sociale. L’opinione dominante considera lo smantellamento dello Stato Sociale e una maggiore flessibilità nel mercato del lavoro come i principali elementi per reagire ad un elevato tasso di disoccupazione e all’invecchiamento della popolazione. Ma la flessibilità e la liberalizzazione non possono essere l’unica soluzione dei problemi contemporanei. Economisti del lavoro del calibro di Katz, Loverman e Blanchflower, parlano dell’emergere della nuova classe di “woorking poors”, la flessibilità offre la possibilità alle imprese di aggiustare rapidamente la produzione in funzione della domanda, licenziando e assumendo senza costi, ma parallelamente si crea una classe di lavoratori destinati ai “bad jobs”, lavoratori occupati ma precari e mal retribuiti. Secondo Ferrera occorre adattare il welfare al nuovo contesto. Ferrera individua due grandi transizioni che stanno modificando il profilo socioeconomico occidentale: la transizione socio-demografica, collegata per quanto riguarda il declino delle nascite, ai nuovi rapporti di genere e alle aspirazioni di indipendenza personale e auto-realizzazione delle donne; la transizione verso un’economia basata sui servizi e sulla conoscenza. Quindi Ferrera ritiene che lo Stato Sociale debba essere ridefinito attraverso una modernizzazione intelligente basata sulla corretta identificazione dei nuovi rischi e bisogni sociali connessi alla difficoltà di conciliare lavoro e cura, vita professionale e familiare, soprattutto per le donne; al mancato accesso alla conoscenza, soprattutto per i giovani; all’obsolescenza delle competenze professionali, soprattutto per i lavoratori con basse qualifiche; alla marginalizzazione ed esclusione dall’economia della conoscenza, dal mercato del lavoro e dal tessuto sociale. L’approccio per prevenire simili rischi deve consistere nell’elaborare una nuova grande strategia di politica sociale che metta al centro del welfare i nuovi rischi, le donne e i giovani. Questa strategia deve basarsi sul concetto di ricalibratura. Riformare il welfare significa spostare i pesi da alcune funzioni ad altre. Ferrera ritiene che occorre concentrare l’impegno riformista verso tre diverse dimensioni di ricalibratura: funzionale, ridistributiva e normativa. La ricalibratura funzionale riguarda i rischi oggetto di protezione. Lo Stato Sociale protegge troppo la vecchiaia e troppo poco i nuovi rischi collegati alle altre fasi del ciclo della vita. In particolare il lavoro precario, i carichi familiari, l’esclusione sociale, la non auto-sufficienza, l’obsolescenza delle competenze professionali e la mancanza di opportunità formative non hanno una adeguata protezione. La ricalibratura distributiva riguarda le categorie oggetto di protezione in quanto vi sono categorie iper-tutelate, come i lavoratori con posto stabile, e categorie quasi prive di tutela, come i lavoratori precari. La ricalibratura normativa riguarda i simboli e i valori. Tale tipo di ricalibratura necessita di due operazioni: ancorare strategie di politica sociale a esplicite teorie di giustizia distributiva, anziché a vecchie teorie politiche sul conflitto fra le classi; assegnare il maggior peso possibile al valore dell’equità. Tra i diversi studiosi che si stanno occupando della ridefinizione dello Stato Sociale occorre menzionare anche Massimo Paci secondo cui occorre rigettare ogni concezione del welfare pubblico come elemento di parassitismo dell’economia e sottolineare la sua importanza come un potente volano per l’occupazione e per uno sviluppo di qualità. La questione della ridefinizione dello Stato Sociale quindi non riguarda il fatto di identificare le minacce per l’esistenza del welfare, ma occorre soprattutto basarsi su analisi rigorose e non su pregiudizi ideologici. Ciò che costituisce una grande risorsa di occupazione e di sviluppo civile è l’aumento dell’offerta di servizi di welfare riferiti alla grande quantità di bisogni insoddisfatti nei campi dell’inserimento sociale e lavorativo, della formazione permanente, dell’accudimento dei minori e degli anziani, della promozione della salute, della cultura, dell’ambiente, del tempo libero. All’interno del welfare si trova una modalità specifica di offerta dei servizi che può costituire una grande risorsa da valorizzare, cioè lo sviluppo di progetti comuni tra istituzioni e parti della società che possono aumentare l’efficacia dei servizi offerti e ridurre i costi per l’erario, progetti di economia sociale o di amministrazione condivisa. Paci si riferisce alle esperienze di deistituzionalizzazione di servizi di cura e di assistenza, ai progetti integrati di recupero urbano con la partecipazione dei residenti, agli asili di palazzo, alla manutenzione e valorizzazione di risorse ambientali e beni culturali, alla gestione di parchi, giardini, piazze, ecc. Paci riconosce che tale ambito d’intervento è privilegiato da coloro che operano nel terzo settore, ma può diventare una risorsa importante anche per altri soggetti. La crisi dello Stato Sociale ha fatto emergere una attenzione particolare verso una serie di soggetti associativi che si collocano nello spazio pubblico tra lo Stato e il mercato definiti come terzo settore, cioè il volontariato, la cooperazione sociale, l’associazionismo e le organizzazioni non profit. E’ augurabile che il terzo settore, grazie all’azione quotidiana e al radicamento nel territorio, possa creare nel prossimo futuro cittadinanza per chi ne è privo.
venerdì 21 dicembre 2007
UNA SITUAZIONE POLITICA PREVISTA di Federico Zia
Durante la sua visita lo scorso maggio, l’on. De Michelis riuscì a prevedere il momento politico attuale
Lo scorso maggio, presso la storica sala Eden di L’Aquila, in occasione delle elezioni amministrative cittadine, si svolse la presentazione ufficiale dei candidati del Nuovo PSI al Consiglio Comunale con la partecipazione dell’On. Gianni De Michelis. In una sala gremita di cittadini e giornalisti, allestita con garofani rossi e bandiere di partito, la presentazione si concluse con un discorso di circa mezz’ora dell’On. De Michelis che toccò diversi aspetti, dalle elezioni politiche in Francia che videro la sconfitta della socialista Segolene Royal, una sconfitta attribuibile alla scarsa capacità di declinare l’equazione diritti e doveri, cosa riuscita invece a Sarkozy, alla politica laburista inglese, che con Tony Blair per 10 anni è riuscita a garantire al suo paese sviluppo economico e conquiste sociali, e soprattutto venne sottolineata la situazione politica italiana in evoluzione con la nascita del partito democratico, la costituente socialista, la sicura nascita di un nuovo partito guidato da Berlusconi nel centrodestra e la fine del cosiddetto bipolarismo bastardo, tematiche teoriche che da lì a pochi mesi vedranno la loro realtà concretizzarsi. Durante quell’incontro De Michelis sottolineò che “nel mondo globale la questione di potersi dividere ai partiti non conviene più perché oggi non ci si confronta più con la stessa realtà nazionale ma con quella internazionale, quindi vinci quando riesci a coniugare diritti e doveri sia da destra che da sinistra. Con Craxi prima di Blair e ancor prima della guerra fredda abbiamo anticipato i diritti e i doveri valorizzando i valori dell’ottica socialista. E’ necessario per il nostro paese, per i giovani che hanno perso fiducia, riacquistare un’identità politica e culturale, occorre riconquistare il proprio spazio”. Nel corso della presentazione sottolineò anche le forti contrapposizioni interne, sia nel partito democratico e soprattutto nella maggioranza di Governo sul tema della famiglia e sulle politiche a favore dei giovani. Sull’attuale governo di centro-sinistra dichiarò che “ha avuto e ha problemi complicati da affrontare, questioni che riguardano temi sociali ed economici, dal contratto agli statali alle pensioni, questioni che non possono essere risolte solo con la nascita di un partito democratico che già vacilla ma occorre che la politica riconquisti il suo spazio, una riconquista che deve partire soprattutto dai giovani”. Una situazione prevista sette mesi fa che porterà a gennaio ad una verifica di governo finalizzata a stabilire se la maggioranza attuale sia ancora in grado di guidare il Paese.
Lo scorso maggio, presso la storica sala Eden di L’Aquila, in occasione delle elezioni amministrative cittadine, si svolse la presentazione ufficiale dei candidati del Nuovo PSI al Consiglio Comunale con la partecipazione dell’On. Gianni De Michelis. In una sala gremita di cittadini e giornalisti, allestita con garofani rossi e bandiere di partito, la presentazione si concluse con un discorso di circa mezz’ora dell’On. De Michelis che toccò diversi aspetti, dalle elezioni politiche in Francia che videro la sconfitta della socialista Segolene Royal, una sconfitta attribuibile alla scarsa capacità di declinare l’equazione diritti e doveri, cosa riuscita invece a Sarkozy, alla politica laburista inglese, che con Tony Blair per 10 anni è riuscita a garantire al suo paese sviluppo economico e conquiste sociali, e soprattutto venne sottolineata la situazione politica italiana in evoluzione con la nascita del partito democratico, la costituente socialista, la sicura nascita di un nuovo partito guidato da Berlusconi nel centrodestra e la fine del cosiddetto bipolarismo bastardo, tematiche teoriche che da lì a pochi mesi vedranno la loro realtà concretizzarsi. Durante quell’incontro De Michelis sottolineò che “nel mondo globale la questione di potersi dividere ai partiti non conviene più perché oggi non ci si confronta più con la stessa realtà nazionale ma con quella internazionale, quindi vinci quando riesci a coniugare diritti e doveri sia da destra che da sinistra. Con Craxi prima di Blair e ancor prima della guerra fredda abbiamo anticipato i diritti e i doveri valorizzando i valori dell’ottica socialista. E’ necessario per il nostro paese, per i giovani che hanno perso fiducia, riacquistare un’identità politica e culturale, occorre riconquistare il proprio spazio”. Nel corso della presentazione sottolineò anche le forti contrapposizioni interne, sia nel partito democratico e soprattutto nella maggioranza di Governo sul tema della famiglia e sulle politiche a favore dei giovani. Sull’attuale governo di centro-sinistra dichiarò che “ha avuto e ha problemi complicati da affrontare, questioni che riguardano temi sociali ed economici, dal contratto agli statali alle pensioni, questioni che non possono essere risolte solo con la nascita di un partito democratico che già vacilla ma occorre che la politica riconquisti il suo spazio, una riconquista che deve partire soprattutto dai giovani”. Una situazione prevista sette mesi fa che porterà a gennaio ad una verifica di governo finalizzata a stabilire se la maggioranza attuale sia ancora in grado di guidare il Paese.
mercoledì 19 dicembre 2007
IL PROBLEMA CONTEMPORANEO di Federico Zia
Il lavoro stabile tipico dell’epoca taylor-fordista sta scomparendo dal contesto occidentale
Nella società contemporanea globalizzata, caratterizzata dalla competitività e dalla variabilità dei mercati, il problema socioeconomico che abbraccia l’occidente modernizzato e tecnologicamente avanzato è rappresentato dalla trasformazione del lavoro causata dalla trasformazione del mondo della produzione e del consumo e dalla politica economica neoliberista. La politica economica neoliberista è basata principalmente sul ridotto interventismo statale, sulla bassa pressione fiscale, sulla riduzione del costo del lavoro, su una maggiore quota di investimenti, sull’elevata stabilità del potere d’acquisto, su un’alta quota di lavori a tempo parziale, sul trasferimento delle responsabilità ai cittadini e alle imprese e su una moderata crescita salariale. Nel 1989, crollato il muro di Berlino e con esso il comunismo, cominciò ad essere incentivata a livello mondiale la linea neoliberista portata avanti dagli USA. Il lavoro stabile, sinonimo di sicurezza, tipico dell’epoca taylor-fordista, che ha contraddistinto gran parte del XX secolo sta progressivamente scomparendo dal contesto occidentale traducendosi in lavoro precario. Il lavoro cambia, ormai frammentato in molteplici immagini e concetti. Non si parla più di attività singola ma di attività plurali. La flessibilità individuale si interseca con quella contrattuale. Orario flessibilizzato, precariato legalizzato dalla mancata applicazione delle leggi di settore, e nuova mobilità sono le ultime parole d’ordine che dominano la dialettica sociale. Uno degli elementi principali che impone la flessibilità, individuata come bisogno urgente dell’economia mondiale, è la variabilità dei mercati in un mondo economico-finanziario dove le nuove tecnologie e le reti d’imprese snelle e sempre più fitte stanno trasformando il mondo della produzione e del consumo e con esso il mondo del lavoro. La flessibilità, secondo una visione imprenditoriale, va introdotta per garantire l’esistenza dell’impresa e dell’occupazione, secondo quella sindacale va concessa entro certi limiti che garantiscano la tutela e la massima occupazione. Non bisogna dimenticare che i lavori flessibili sono lavori che richiedono all’individuo di adattare l’organizzazione della propria esistenza alle mutevoli esigenze delle organizzazioni produttive con tutte le conseguenze che ne derivano sia in termini di oneri personali che sociali, a carico dell’individuo e della comunità di riferimento. La flessibilità comunque ha un’incidenza differente sugli individui a seconda del tipo di lavoro svolto, ad esempio può favorire l’accumulo di competenze trasferibili da un tipo do organizzazione ad un’altra, ma può anche provocare una progressiva diminuzione del salario nel passaggio da un datore di lavoro ad un altro a causa dell’elevato numero di disoccupati presenti sul mercato del lavoro e può prospettare la disoccupazione nel pieno dell’età matura. Una visione sconfortante dove il diritto al lavoro viene attaccato, le classi lavoratrici e le loro forme associative frammentate, l’impresa deresponsabilizzata, l’individuo sovraccaricato di rischi scaricati dallo Stato e dall’economia. Nella società contemporanea i rapporti di lavoro normali, i sistemi di contrattazione neocorporativistici, e i sistemi di previdenza sociale sono messi in discussione dalla modernizzazione capitalistica fine a se stessa basata sull’ultraliberismo di matrice neoliberista che non tiene in considerazione né lo Stato Sociale, né la dimensione umana e valoriale dei lavoratori. Nel modo di percepire il lavoro cambiano le modalità di servizio nei contenuti, meno manipolativi e più cognitivi, nei compiti, meno operativi e più cooperativi, nelle abilità, meno specializzate e più versatili. Una trasformazione che coinvolge anche le modalità di fornitura del lavoro, la manualità viene meno e con essa il relativo numero di lavori e di lavoratori. Al lavoratore moderno si richiede flessibilità mentale ed operativa, spirito si squadra, reattività intellettuale e pratica. Un mutamento che condiziona la stabilità, influenzata dalla minore permanenza del lavoratore nell’impresa, e la tutela, condizionata dalla precarizzazione del lavoro e dalla desolidarizzazione del mondo del lavoro che indebolisce le organizzazioni dei lavoratori. I modi di lavorare cambiano perché la tecnologia e l’impresa si sono fatte più flessibili, non si produce più per lo stoccaggio ma si produce per il mercato secondo il procedimento just in time : “produrre esattamente la quantità richiesta, né più né meno”. Questo meccanismo ruota attorno al concetto di qualità affidato ai lavoratori e alla loro cooperazione, utile al buon rendimento di un’impresa ma una buona collaborazione ed una eccellente prestazione richiedono una relativa stabilità del posto, la sicurezza nel lavoro, in quanto la fiducia e la cooperazione sono due concetti che crescono parallelamente nella stessa direzione e in maniera direttamente proporzionale. Dalla mancanza di questa condizione scaturisce una grande tensione nel mercato del lavoro e nelle condizioni di lavoro.
Nella società contemporanea globalizzata, caratterizzata dalla competitività e dalla variabilità dei mercati, il problema socioeconomico che abbraccia l’occidente modernizzato e tecnologicamente avanzato è rappresentato dalla trasformazione del lavoro causata dalla trasformazione del mondo della produzione e del consumo e dalla politica economica neoliberista. La politica economica neoliberista è basata principalmente sul ridotto interventismo statale, sulla bassa pressione fiscale, sulla riduzione del costo del lavoro, su una maggiore quota di investimenti, sull’elevata stabilità del potere d’acquisto, su un’alta quota di lavori a tempo parziale, sul trasferimento delle responsabilità ai cittadini e alle imprese e su una moderata crescita salariale. Nel 1989, crollato il muro di Berlino e con esso il comunismo, cominciò ad essere incentivata a livello mondiale la linea neoliberista portata avanti dagli USA. Il lavoro stabile, sinonimo di sicurezza, tipico dell’epoca taylor-fordista, che ha contraddistinto gran parte del XX secolo sta progressivamente scomparendo dal contesto occidentale traducendosi in lavoro precario. Il lavoro cambia, ormai frammentato in molteplici immagini e concetti. Non si parla più di attività singola ma di attività plurali. La flessibilità individuale si interseca con quella contrattuale. Orario flessibilizzato, precariato legalizzato dalla mancata applicazione delle leggi di settore, e nuova mobilità sono le ultime parole d’ordine che dominano la dialettica sociale. Uno degli elementi principali che impone la flessibilità, individuata come bisogno urgente dell’economia mondiale, è la variabilità dei mercati in un mondo economico-finanziario dove le nuove tecnologie e le reti d’imprese snelle e sempre più fitte stanno trasformando il mondo della produzione e del consumo e con esso il mondo del lavoro. La flessibilità, secondo una visione imprenditoriale, va introdotta per garantire l’esistenza dell’impresa e dell’occupazione, secondo quella sindacale va concessa entro certi limiti che garantiscano la tutela e la massima occupazione. Non bisogna dimenticare che i lavori flessibili sono lavori che richiedono all’individuo di adattare l’organizzazione della propria esistenza alle mutevoli esigenze delle organizzazioni produttive con tutte le conseguenze che ne derivano sia in termini di oneri personali che sociali, a carico dell’individuo e della comunità di riferimento. La flessibilità comunque ha un’incidenza differente sugli individui a seconda del tipo di lavoro svolto, ad esempio può favorire l’accumulo di competenze trasferibili da un tipo do organizzazione ad un’altra, ma può anche provocare una progressiva diminuzione del salario nel passaggio da un datore di lavoro ad un altro a causa dell’elevato numero di disoccupati presenti sul mercato del lavoro e può prospettare la disoccupazione nel pieno dell’età matura. Una visione sconfortante dove il diritto al lavoro viene attaccato, le classi lavoratrici e le loro forme associative frammentate, l’impresa deresponsabilizzata, l’individuo sovraccaricato di rischi scaricati dallo Stato e dall’economia. Nella società contemporanea i rapporti di lavoro normali, i sistemi di contrattazione neocorporativistici, e i sistemi di previdenza sociale sono messi in discussione dalla modernizzazione capitalistica fine a se stessa basata sull’ultraliberismo di matrice neoliberista che non tiene in considerazione né lo Stato Sociale, né la dimensione umana e valoriale dei lavoratori. Nel modo di percepire il lavoro cambiano le modalità di servizio nei contenuti, meno manipolativi e più cognitivi, nei compiti, meno operativi e più cooperativi, nelle abilità, meno specializzate e più versatili. Una trasformazione che coinvolge anche le modalità di fornitura del lavoro, la manualità viene meno e con essa il relativo numero di lavori e di lavoratori. Al lavoratore moderno si richiede flessibilità mentale ed operativa, spirito si squadra, reattività intellettuale e pratica. Un mutamento che condiziona la stabilità, influenzata dalla minore permanenza del lavoratore nell’impresa, e la tutela, condizionata dalla precarizzazione del lavoro e dalla desolidarizzazione del mondo del lavoro che indebolisce le organizzazioni dei lavoratori. I modi di lavorare cambiano perché la tecnologia e l’impresa si sono fatte più flessibili, non si produce più per lo stoccaggio ma si produce per il mercato secondo il procedimento just in time : “produrre esattamente la quantità richiesta, né più né meno”. Questo meccanismo ruota attorno al concetto di qualità affidato ai lavoratori e alla loro cooperazione, utile al buon rendimento di un’impresa ma una buona collaborazione ed una eccellente prestazione richiedono una relativa stabilità del posto, la sicurezza nel lavoro, in quanto la fiducia e la cooperazione sono due concetti che crescono parallelamente nella stessa direzione e in maniera direttamente proporzionale. Dalla mancanza di questa condizione scaturisce una grande tensione nel mercato del lavoro e nelle condizioni di lavoro.
INTERVISTA ALL’ASSESSORE PROVINCIALE ERMANNO GIORGI di Federico Zia
“Tutte le energie devono convergere nelle attività di risoluzione delle crisi aziendali”
L’AQUILA. Nonostante dei lievi miglioramenti, il panorama socioeconomico della provincia aquilana, tra le più grandi d’Italia per estensione, appare ancora depresso, la popolazione residente è sempre più anziana e i giovani preferiscono cercare fortuna altrove. In questi anni si è registrato un aumento del numero delle aziende in stato di crisi e in amministrazione controllata. Il territorio piange la scomparsa del polo elettronico e di molte piccole e medie imprese anche se dei segnali di ripresa si cominciano a registrare in quasi tutti i settori economici. La provincia sta vivendo una situazione di disagio avvertita in particolare dalle principali fasce di età della popolazione, giovani in cerca di occupazione, uomini e donne espulsi dai processi produttivi. Settore primario, secondario e parte del terziario sono messi in difficoltà dalla dura competizione nazionale ed internazionale e dalla scarsa presenza di politiche di sviluppo dei sistemi locali. Ne abbiamo parlato con l’Assessore Provinciale al Lavoro ed all’Occupazione Ermanno Giorgi.
Assessore Giorgi, quali sono le condizioni dello stato di salute del contesto socioeconomico della provincia dell’Aquila?
Dall’esame dei dati sulla congiuntura economica nella Provincia dell’Aquila per il 2007 e nell’intera area abruzzese è emerso che, dopo una fase di rallentamento, l’industria sembra aver raggiunto buoni risultati. L’andamento produttivo, difatti, ha segnato un +5,1% in complesso.
Nel contempo, è significativo l’incremento del numero delle imprese operanti sul territorio che nel periodo aprile-giugno 2007 è aumentato dello 0,4%, con saldo positivo determinato da 521 imprese di nuova costruzione contro 389 cessazioni. Tale incremento, peraltro, è stato registrato in quasi tutti i settori economici: costruzioni (+1,8%), attività immobiliari (+1,6%), trasporti (+1,3%), alberghi e ristoranti (+1,1%), intermediazione monetaria e finanziaria (+0,8%) e commercio (+0,6%). Industria ed agricoltura, purtroppo, manifestano ancora segnali di una lenta e timida ripresa. Ciò nonostante, i livelli occupazionali nell’industria rimangono sostanzialmente stazionari. Guardando alle problematiche occupazionali, la media 2006 del tasso di disoccupazione è pari al 5,8 nella Provincia dell’Aquila, 5,9 per Chieti, 8,1 per Pescara e 6.5 per Teramo. Sempre stando alle attività di monitoraggio condotte sul territorio provinciale, nonostante il numero degli avviati al lavoro si sia ridotto in termini congiunturali, rispetto al 2006 si assiste ad un aumento del 40%. Sono segnali importanti di una lenta e consistente ripresa.
Quali sono i principali problemi che attanagliano il territorio aquilano?
A fronte di un’importante crescita dei servizi offerti dalle istituzioni e dai vari enti strumentali, la complessa situazione di crisi industriali e la seria afflizione del mercato del lavoro rappresentano le principali problematiche del comprensorio.
Secondo Lei, quali prospettive ci sono per il futuro?
Le prospettive, quelle concrete, ci sono. Attrarre investimenti su un territorio dove la qualità della vita è segnatamente tra le migliori non è cosa impossibile. Incrementare ed appoggiare, anche politicamente, le scelte delle grandi aziende, sia pubbliche che private, presenti sul territorio è auspicabile se non necessario.
Quali politiche occorrerebbe attuare per rispondere alla situazione attuale?
In questo momento di lenta ripresa, occorre dare spazio a quegli investitori che hanno deciso di conservare un rapporto con il nostro territorio e mantenere continuità nelle scelte politiche già intraprese. Da una parte, infatti, gli strumenti messici a disposizione dal Governo (mobilità lunga, Programma PARI, l. 127 del 2006 ecc.) ci hanno consentito e ci consentiranno di tutelare tutte quelle situazioni occupazionali cosiddette svantaggiate; dall’altra, tutte le energie, anche politiche, devono convergere nelle attività di risoluzione delle crisi aziendali. Tante le cose già fatte e tante le “vertenze risolte”. Il Protocollo sulla Valle Peligna che si andrà a sottoscrivere a Roma presso il Ministero dello Sviluppo Economico, la 87.3.c (zonizzazione) e più in generale la politica della “fiscalità attrattiva”, sono solo esempi di una continua attività volta alla sensibilizzazione del Governo circa le difficoltà del territorio, nonché degli investitori in merito alle sue grandi potenzialità. In tutto questo discorso, non posso assolutamente concordare con chi invita gli imprenditori ad investire solo ed esclusivamente sulle vocazioni territoriali. Ciò è importante, ma, a mio parere, l’industria può ancora molto su questo territorio e, più in generale, su quello nazionale. Allo stesso modo occorre supportare ed incentivare costantemente, anche incrementando i servizi già in essere, le PMI e gli imprenditori locali i quali rappresentano un’imprescindibile risorsa.
L’AQUILA. Nonostante dei lievi miglioramenti, il panorama socioeconomico della provincia aquilana, tra le più grandi d’Italia per estensione, appare ancora depresso, la popolazione residente è sempre più anziana e i giovani preferiscono cercare fortuna altrove. In questi anni si è registrato un aumento del numero delle aziende in stato di crisi e in amministrazione controllata. Il territorio piange la scomparsa del polo elettronico e di molte piccole e medie imprese anche se dei segnali di ripresa si cominciano a registrare in quasi tutti i settori economici. La provincia sta vivendo una situazione di disagio avvertita in particolare dalle principali fasce di età della popolazione, giovani in cerca di occupazione, uomini e donne espulsi dai processi produttivi. Settore primario, secondario e parte del terziario sono messi in difficoltà dalla dura competizione nazionale ed internazionale e dalla scarsa presenza di politiche di sviluppo dei sistemi locali. Ne abbiamo parlato con l’Assessore Provinciale al Lavoro ed all’Occupazione Ermanno Giorgi.
Assessore Giorgi, quali sono le condizioni dello stato di salute del contesto socioeconomico della provincia dell’Aquila?
Dall’esame dei dati sulla congiuntura economica nella Provincia dell’Aquila per il 2007 e nell’intera area abruzzese è emerso che, dopo una fase di rallentamento, l’industria sembra aver raggiunto buoni risultati. L’andamento produttivo, difatti, ha segnato un +5,1% in complesso.
Nel contempo, è significativo l’incremento del numero delle imprese operanti sul territorio che nel periodo aprile-giugno 2007 è aumentato dello 0,4%, con saldo positivo determinato da 521 imprese di nuova costruzione contro 389 cessazioni. Tale incremento, peraltro, è stato registrato in quasi tutti i settori economici: costruzioni (+1,8%), attività immobiliari (+1,6%), trasporti (+1,3%), alberghi e ristoranti (+1,1%), intermediazione monetaria e finanziaria (+0,8%) e commercio (+0,6%). Industria ed agricoltura, purtroppo, manifestano ancora segnali di una lenta e timida ripresa. Ciò nonostante, i livelli occupazionali nell’industria rimangono sostanzialmente stazionari. Guardando alle problematiche occupazionali, la media 2006 del tasso di disoccupazione è pari al 5,8 nella Provincia dell’Aquila, 5,9 per Chieti, 8,1 per Pescara e 6.5 per Teramo. Sempre stando alle attività di monitoraggio condotte sul territorio provinciale, nonostante il numero degli avviati al lavoro si sia ridotto in termini congiunturali, rispetto al 2006 si assiste ad un aumento del 40%. Sono segnali importanti di una lenta e consistente ripresa.
Quali sono i principali problemi che attanagliano il territorio aquilano?
A fronte di un’importante crescita dei servizi offerti dalle istituzioni e dai vari enti strumentali, la complessa situazione di crisi industriali e la seria afflizione del mercato del lavoro rappresentano le principali problematiche del comprensorio.
Secondo Lei, quali prospettive ci sono per il futuro?
Le prospettive, quelle concrete, ci sono. Attrarre investimenti su un territorio dove la qualità della vita è segnatamente tra le migliori non è cosa impossibile. Incrementare ed appoggiare, anche politicamente, le scelte delle grandi aziende, sia pubbliche che private, presenti sul territorio è auspicabile se non necessario.
Quali politiche occorrerebbe attuare per rispondere alla situazione attuale?
In questo momento di lenta ripresa, occorre dare spazio a quegli investitori che hanno deciso di conservare un rapporto con il nostro territorio e mantenere continuità nelle scelte politiche già intraprese. Da una parte, infatti, gli strumenti messici a disposizione dal Governo (mobilità lunga, Programma PARI, l. 127 del 2006 ecc.) ci hanno consentito e ci consentiranno di tutelare tutte quelle situazioni occupazionali cosiddette svantaggiate; dall’altra, tutte le energie, anche politiche, devono convergere nelle attività di risoluzione delle crisi aziendali. Tante le cose già fatte e tante le “vertenze risolte”. Il Protocollo sulla Valle Peligna che si andrà a sottoscrivere a Roma presso il Ministero dello Sviluppo Economico, la 87.3.c (zonizzazione) e più in generale la politica della “fiscalità attrattiva”, sono solo esempi di una continua attività volta alla sensibilizzazione del Governo circa le difficoltà del territorio, nonché degli investitori in merito alle sue grandi potenzialità. In tutto questo discorso, non posso assolutamente concordare con chi invita gli imprenditori ad investire solo ed esclusivamente sulle vocazioni territoriali. Ciò è importante, ma, a mio parere, l’industria può ancora molto su questo territorio e, più in generale, su quello nazionale. Allo stesso modo occorre supportare ed incentivare costantemente, anche incrementando i servizi già in essere, le PMI e gli imprenditori locali i quali rappresentano un’imprescindibile risorsa.
martedì 18 dicembre 2007
METROPOLITANA: NIENTE TRIONFALISMI di Federico Zia
12 milioni di euro non basteranno per concludere l’opera
L’AQUILA. Anche L’Aquila rientrerà nei benefit previsti dalla Finanziaria 2008 licenziata alla Camera, in arrivo infatti 12 milioni di euro per la realizzazione della metropolitana di superficie. Fin qui nulla di straordinario né di miracoloso considerando il fatto che i milioni in arrivo rientrano nelle risorse messe a disposizione dal Governo per la promozione del trasporto pubblico su ferro o su gomma di cui andranno a beneficiare moltissime città italiane, ad esempio Padova e Firenze riceveranno dei benefici di gran lunga superiori di quelli destinati a L’Aquila. Straordinaria invece appare l’intenzione del sindaco di rescindere il contratto con l’impresa di Eliseo Iannini, “Porteremo alla votazione del Consiglio Comunale la questione delle riserve del 31bis – ha affermato Cialente - sono curioso di vedere come voterà il Centro-Destra.” Le intenzioni del primo cittadino porteranno sicuramente ad un contenzioso lungo, i lavori per la realizzazione della metropolitana verranno riappaltati e Eliseo Iannini tenterà di tutelare i suoi diritti in ogni sede, tempi lunghi e difficili dunque, considerando che le carte, fino ad ora, sono dalla parte dell’imprenditore. Quindi dai 12mln di euro occorre eliminare alcuni “spiccioli” per le riserve contrattuali. Occorre considerare anche la questione del tracciato. La metropolitana, a detta del Sindaco, non transiterà più per Via Roma ma per Viale della Croce Rossa, per risalire fino alla Fontana Luminosa, scendere giù per Via Strinella e concludere la sua corsa presso il terminal di Collemaggio. Un cambio di rotta che segna la vittoria del Comitato contro la Metro di Via Roma, una vittoria che ha accompagnato l’ingresso di Cialente a Palazzo Margherita, infatti la protesta dei residenti di una delle vie più antiche e memorabili della città è stata ampiamente cavalcata in fase di campagna elettorale. Un grave precedente che potrebbe avere un effetto devastante per la realizzazione delle opere pubbliche cittadine, potranno nascere immediatamente altri comitati contro la metropolitana, magari il Comitato anti-metro in Via Strinella e in Via della croce Rossa. Occorre considerare anche la cifra destinata alla città di L’Aquila dalla Finanziaria per la promozione del trasporto pubblico, 12 milioni di euro non basteranno per concludere l’opera. Innanzitutto il nuovo tracciato richiederà ben più del denaro messo a disposizione dal Governo perché è molto più lungo del precedente e inoltre comporterà il completo smantellamento delle opere già concluse su tutta Via Roma, con ulteriori e gravosi costi da valutare; i treni, acquistati da molto tempo, non sono più adeguati alla normativa sulla sicurezza attuale, dovranno essere quindi soggetti al cosiddetto revamping, che costerà, secondo esperti del settore, almeno altri 3 o 4 milioni di euro. Niente trionfalismi dunque, almeno fino a quando i cittadini aquilani non vedranno con i loro occhi l’opera realizzata e al servizio dell’utenza.
L’AQUILA. Anche L’Aquila rientrerà nei benefit previsti dalla Finanziaria 2008 licenziata alla Camera, in arrivo infatti 12 milioni di euro per la realizzazione della metropolitana di superficie. Fin qui nulla di straordinario né di miracoloso considerando il fatto che i milioni in arrivo rientrano nelle risorse messe a disposizione dal Governo per la promozione del trasporto pubblico su ferro o su gomma di cui andranno a beneficiare moltissime città italiane, ad esempio Padova e Firenze riceveranno dei benefici di gran lunga superiori di quelli destinati a L’Aquila. Straordinaria invece appare l’intenzione del sindaco di rescindere il contratto con l’impresa di Eliseo Iannini, “Porteremo alla votazione del Consiglio Comunale la questione delle riserve del 31bis – ha affermato Cialente - sono curioso di vedere come voterà il Centro-Destra.” Le intenzioni del primo cittadino porteranno sicuramente ad un contenzioso lungo, i lavori per la realizzazione della metropolitana verranno riappaltati e Eliseo Iannini tenterà di tutelare i suoi diritti in ogni sede, tempi lunghi e difficili dunque, considerando che le carte, fino ad ora, sono dalla parte dell’imprenditore. Quindi dai 12mln di euro occorre eliminare alcuni “spiccioli” per le riserve contrattuali. Occorre considerare anche la questione del tracciato. La metropolitana, a detta del Sindaco, non transiterà più per Via Roma ma per Viale della Croce Rossa, per risalire fino alla Fontana Luminosa, scendere giù per Via Strinella e concludere la sua corsa presso il terminal di Collemaggio. Un cambio di rotta che segna la vittoria del Comitato contro la Metro di Via Roma, una vittoria che ha accompagnato l’ingresso di Cialente a Palazzo Margherita, infatti la protesta dei residenti di una delle vie più antiche e memorabili della città è stata ampiamente cavalcata in fase di campagna elettorale. Un grave precedente che potrebbe avere un effetto devastante per la realizzazione delle opere pubbliche cittadine, potranno nascere immediatamente altri comitati contro la metropolitana, magari il Comitato anti-metro in Via Strinella e in Via della croce Rossa. Occorre considerare anche la cifra destinata alla città di L’Aquila dalla Finanziaria per la promozione del trasporto pubblico, 12 milioni di euro non basteranno per concludere l’opera. Innanzitutto il nuovo tracciato richiederà ben più del denaro messo a disposizione dal Governo perché è molto più lungo del precedente e inoltre comporterà il completo smantellamento delle opere già concluse su tutta Via Roma, con ulteriori e gravosi costi da valutare; i treni, acquistati da molto tempo, non sono più adeguati alla normativa sulla sicurezza attuale, dovranno essere quindi soggetti al cosiddetto revamping, che costerà, secondo esperti del settore, almeno altri 3 o 4 milioni di euro. Niente trionfalismi dunque, almeno fino a quando i cittadini aquilani non vedranno con i loro occhi l’opera realizzata e al servizio dell’utenza.
lunedì 17 dicembre 2007
GIUNGE A CONCLUSIONE IL PROGETTO VALENO di Federico Zia
Montepulciano d’Abruzzo: un’indagine ne dimostra gli effetti benefici
L’AQUILA. Il vino, buono e ben dosato, fa bene al cuore. In estrema e semplicistica sintesi è questo il risultato che è emerso da un’indagine tendente a dimostrare gli effetti benefici del vino Montepulciano d’Abruzzo sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari. I risultati dello studio, condotto dalla Prof. M. Giuliana Tozzi, docente di Fisiologia presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biomediche dell’Università degli Studi dell'Aquila, responsabile delle attività prettamente scientifiche del progetto Valeno, sono stati presentati nella relazione “Salute e vino rosso: riflessioni sul paradosso francese”. L’indagine ha coinvolto diversi soggetti volontari sani cui è stato somministrato per 28 giorni vino selezionato dall’ARSSA. Lo studio conferma un’influenza positiva per alcuni parametri coinvolti nell’omeostasi cardiovascolare e alcuni risultati suggeriscono l’opportunità di realizzare un prodotto che abbini alla piacevolezza delle caratteristiche organolettiche la presenza di sostanze in grado di potenziarne la salubrità. Giunge così a conclusione il progetto Valeno, cui ha partecipato come partner l’Università degli Studi dell’Aquila tramite il dipartimento di Scienze & Tecnologie Biomediche della Facoltà di Medicina e Chirurgia. Il progetto rientra nell’ambito dell’ iniziativa comunitaria Interreg III A Transfrontaliero Adriatico, un programma il cui obiettivo principale è la cooperazione tra regioni appartenenti a stati confinanti mediante progetti integrati di sviluppo in diversi settori.
L’AQUILA. Il vino, buono e ben dosato, fa bene al cuore. In estrema e semplicistica sintesi è questo il risultato che è emerso da un’indagine tendente a dimostrare gli effetti benefici del vino Montepulciano d’Abruzzo sulla prevenzione delle malattie cardiovascolari. I risultati dello studio, condotto dalla Prof. M. Giuliana Tozzi, docente di Fisiologia presso il Dipartimento di Scienze e Tecnologie Biomediche dell’Università degli Studi dell'Aquila, responsabile delle attività prettamente scientifiche del progetto Valeno, sono stati presentati nella relazione “Salute e vino rosso: riflessioni sul paradosso francese”. L’indagine ha coinvolto diversi soggetti volontari sani cui è stato somministrato per 28 giorni vino selezionato dall’ARSSA. Lo studio conferma un’influenza positiva per alcuni parametri coinvolti nell’omeostasi cardiovascolare e alcuni risultati suggeriscono l’opportunità di realizzare un prodotto che abbini alla piacevolezza delle caratteristiche organolettiche la presenza di sostanze in grado di potenziarne la salubrità. Giunge così a conclusione il progetto Valeno, cui ha partecipato come partner l’Università degli Studi dell’Aquila tramite il dipartimento di Scienze & Tecnologie Biomediche della Facoltà di Medicina e Chirurgia. Il progetto rientra nell’ambito dell’ iniziativa comunitaria Interreg III A Transfrontaliero Adriatico, un programma il cui obiettivo principale è la cooperazione tra regioni appartenenti a stati confinanti mediante progetti integrati di sviluppo in diversi settori.
RIPARTE LA SETTIMANA ISTITUZIONALE di Federico Zia
Riunioni delle Commissioni e conferenza dei capigruppo
L’AQUILA. Ricomincia la settimana istituzionale del Comune dell’Aquila. Il taccuino prevede quattro riunioni delle commissioni del Consiglio comunale a partire da oggi fino al 20 dicembre. Alle 9.30 si riunirà la conferenza dei capigruppo. Alle 11.30 in prima convocazione e alle 12 in seconda, si riunirà la prima commissione consiliare “Programmazione e Bilancio”, presieduta da Angelo Orsini, per esaminare la proposta di delibera contenente lo schema di convenzione Asl-Comune per la conferimento in comodato d’uso gratuito all’Azienda sanitaria di una parte della casa albergo ex Onpi per la realizzazione di una residenza sanitaria assistita. Mercoledì 19 dicembre, alle 14.30 in prima convocazione e alle 15 in seconda, il presidente Francesco Valentini ha convocato la seconda commissione consiliare “Gestione del Territorio” presso gli uffici urbanistici di via Roma, per un’informativa sulle pratiche di uso civico giacenti al settore Ambiente. Giovedì 20 dicembre si riuniranno due commissioni. La quarta “Statuto e Regolamenti”, presieduta da Giuseppe Bernardi, è stata convocata alle 15 in prima convocazione e alle 15.30 in seconda, per il parere sulla proposta di modifica al regolamento ici. La quinta “Garanzia e controllo”, alle 9.30 in prima convocazione e alle 10 in seconda, presieduta da Enzo Lombardi, affronterà gli argomenti riguardanti i rapporti tra il Comune e la società Assoservizi e la questione delle nomine effettuate dal sindaco.
L’AQUILA. Ricomincia la settimana istituzionale del Comune dell’Aquila. Il taccuino prevede quattro riunioni delle commissioni del Consiglio comunale a partire da oggi fino al 20 dicembre. Alle 9.30 si riunirà la conferenza dei capigruppo. Alle 11.30 in prima convocazione e alle 12 in seconda, si riunirà la prima commissione consiliare “Programmazione e Bilancio”, presieduta da Angelo Orsini, per esaminare la proposta di delibera contenente lo schema di convenzione Asl-Comune per la conferimento in comodato d’uso gratuito all’Azienda sanitaria di una parte della casa albergo ex Onpi per la realizzazione di una residenza sanitaria assistita. Mercoledì 19 dicembre, alle 14.30 in prima convocazione e alle 15 in seconda, il presidente Francesco Valentini ha convocato la seconda commissione consiliare “Gestione del Territorio” presso gli uffici urbanistici di via Roma, per un’informativa sulle pratiche di uso civico giacenti al settore Ambiente. Giovedì 20 dicembre si riuniranno due commissioni. La quarta “Statuto e Regolamenti”, presieduta da Giuseppe Bernardi, è stata convocata alle 15 in prima convocazione e alle 15.30 in seconda, per il parere sulla proposta di modifica al regolamento ici. La quinta “Garanzia e controllo”, alle 9.30 in prima convocazione e alle 10 in seconda, presieduta da Enzo Lombardi, affronterà gli argomenti riguardanti i rapporti tra il Comune e la società Assoservizi e la questione delle nomine effettuate dal sindaco.
RITORNA LA BEFANA TRICOLORE di Federico Zia
Una iniziativa del circolo di Azione Giovani IX Novembre
L’AQUILA. Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con la Befana tricolore, un’iniziativa rivolta ai bambini meno fortunati voluta dal circolo di Azione Giovani IX Novembre. Tutti i cittadini aquilani potranno contribuire a questo bel gesto di solidarietà portando giocattoli o generi alimentari a lunga scadenza presso la federazione provinciale di Alleanza Nazionale in Via Bominaco 4. Il punto di raccolta sarà in funzione dal 17 al 21 dicembre dalle 9 alle 13, dal 27 al 29 e dal 3 al 4 gennaio dalle 18 alle 20. “La grande attenzione e solidarietà dimostrata negli anni passati dai cittadini aquilani nei confronti dei bambini più sfortunati – afferma Roberto Santangelo, Presidente del circolo IX Novembre - ci ha permesso di riproporre l’iniziativa, certi di poter donare anche quest’anno un sorriso a chi ne ha davvero bisogno”.
L’AQUILA. Anche quest’anno si rinnova l’appuntamento con la Befana tricolore, un’iniziativa rivolta ai bambini meno fortunati voluta dal circolo di Azione Giovani IX Novembre. Tutti i cittadini aquilani potranno contribuire a questo bel gesto di solidarietà portando giocattoli o generi alimentari a lunga scadenza presso la federazione provinciale di Alleanza Nazionale in Via Bominaco 4. Il punto di raccolta sarà in funzione dal 17 al 21 dicembre dalle 9 alle 13, dal 27 al 29 e dal 3 al 4 gennaio dalle 18 alle 20. “La grande attenzione e solidarietà dimostrata negli anni passati dai cittadini aquilani nei confronti dei bambini più sfortunati – afferma Roberto Santangelo, Presidente del circolo IX Novembre - ci ha permesso di riproporre l’iniziativa, certi di poter donare anche quest’anno un sorriso a chi ne ha davvero bisogno”.
martedì 11 dicembre 2007
UNA DIFFICILE DEFINIZIONE di Federico Zia
Il contesto socioeconomico occidentale appare in rapida evoluzione e con esso i concetti che lo definiscono
La situazione di vita, lavorativa ed occupazionale dell’occidente modernizzato non è più definibile con certezza. Il contesto socioeconomico occidentale appare in rapida evoluzione e con esso i concetti che lo definiscono, frammentati in una pluralità di immagini e di significati. Significanti non più connessi ai propri significati, la qualità e la sicurezza lavorativa crescono in maniera inversamente proporzionale su due rette parallele. Una trasformazione che definisce e coinvolge uno dei principali problemi socioeconomici contemporanei rappresentato dalla metamorfosi del lavoro. Nel XX secolo il lavoro si configurava come un sistema di distribuzione del reddito, di partecipazione remunerata alla produzione di beni e servizi, di sicurezza sociale e di diritti. Attualmente è difficile trovare una definizione adeguata, il lavoro è sottoposto a profonde trasformazioni a causa del progresso tecnologico, del cambiamento del sistema produttivo e delle politiche adottate. Si comincia a parlare di lavori, le forme di lavoro si moltiplicano per contrattualità, per orari e per luoghi. Il lavoro diviene meno sicuro, inserito nella forbice di due elementi riconducibili all’attuale politica economica ultraliberista di matrice neoliberista: il ridotto interventismo statale con il conseguente trasferimento delle responsabilità ai lavoratori e alle imprese e la riduzione del costo del lavoro seguita da una moderata crescita salariale e da un’elevata quota di lavori flessibili che non forniscono alcuna garanzia futura ai lavoratori. Il contesto socioeconomico europeo, come quello nazionale, è caratterizzato da una parte dal miglioramento della qualità nel lavoro, grazie all’evoluzione del lavoro da materiale a mentale e al progresso tecnologico ed organizzativo che consente di lavorare di meno e di produrre di più, ma anche da un peggioramento della sicurezza nel lavoro, in seguito all’aumento dell’utilizzo delle forme di lavoro temporaneo. La diffusione di tali forme di lavoro viene giustificata dai paesi europei con due motivazioni: per ridurre la disoccupazione e per ridurre la spesa per le politiche lavorative di tipo passivo, principalmente rappresentata dai sussidi alla disoccupazione. Molte indagini hanno però riscontrato che un lavoro temporaneo è caratterizzato da un maggiore stato di insicurezza legato alla scadenza del contratto. Secondo l’indagine svolta dal Right Management Consultants, il grado di sicurezza del posto di lavoro in Italia è sceso in questi anni dal 52% al 49% e ciò significa che è aumentata la quota di lavoratori che temono di perdere il lavoro entro un anno e la quota di coloro che sono convinti di non riuscire a trovare un lavoro simile alle stesse condizioni economiche. Questa situazione si riflette sulle condizioni di vita dei cittadini che rimangono complessivamente basse, molte famiglie risultano del tutto prive di occupati. In tale contesto occorre considerare la nascita di una nuova classe sociale, quella dei cosiddetti working poors, cioè un gruppo di persone che riesce a sopravvivere solo intrattenendo più rapporti di lavoro contemporaneamente, lavori poco qualificati, mal retribuiti e facilmente sostituibili attraverso l’automazione o attraverso la forza lavoro proveniente da altri Paesi dell’est europeo, del continente asiatico e di quello africano. Per reagire ad una simile situazione occorre necessariamente intervenire con delle politiche in grado di spezzare la crescita asimmetrica delle due componenti che regolano la vita naturale di un Paese, una migliore qualità nella dimensione lavorativa, da cui deriva una maggiore qualità del ciclo produttivo e quindi della capacità competitiva, deve essere obbligatoriamente accompagnata da una maggiore sicurezza esistenziale che deriva in gran parte dalle condizioni lavorative di un individuo e con esso della sua comunità di riferimento.
La situazione di vita, lavorativa ed occupazionale dell’occidente modernizzato non è più definibile con certezza. Il contesto socioeconomico occidentale appare in rapida evoluzione e con esso i concetti che lo definiscono, frammentati in una pluralità di immagini e di significati. Significanti non più connessi ai propri significati, la qualità e la sicurezza lavorativa crescono in maniera inversamente proporzionale su due rette parallele. Una trasformazione che definisce e coinvolge uno dei principali problemi socioeconomici contemporanei rappresentato dalla metamorfosi del lavoro. Nel XX secolo il lavoro si configurava come un sistema di distribuzione del reddito, di partecipazione remunerata alla produzione di beni e servizi, di sicurezza sociale e di diritti. Attualmente è difficile trovare una definizione adeguata, il lavoro è sottoposto a profonde trasformazioni a causa del progresso tecnologico, del cambiamento del sistema produttivo e delle politiche adottate. Si comincia a parlare di lavori, le forme di lavoro si moltiplicano per contrattualità, per orari e per luoghi. Il lavoro diviene meno sicuro, inserito nella forbice di due elementi riconducibili all’attuale politica economica ultraliberista di matrice neoliberista: il ridotto interventismo statale con il conseguente trasferimento delle responsabilità ai lavoratori e alle imprese e la riduzione del costo del lavoro seguita da una moderata crescita salariale e da un’elevata quota di lavori flessibili che non forniscono alcuna garanzia futura ai lavoratori. Il contesto socioeconomico europeo, come quello nazionale, è caratterizzato da una parte dal miglioramento della qualità nel lavoro, grazie all’evoluzione del lavoro da materiale a mentale e al progresso tecnologico ed organizzativo che consente di lavorare di meno e di produrre di più, ma anche da un peggioramento della sicurezza nel lavoro, in seguito all’aumento dell’utilizzo delle forme di lavoro temporaneo. La diffusione di tali forme di lavoro viene giustificata dai paesi europei con due motivazioni: per ridurre la disoccupazione e per ridurre la spesa per le politiche lavorative di tipo passivo, principalmente rappresentata dai sussidi alla disoccupazione. Molte indagini hanno però riscontrato che un lavoro temporaneo è caratterizzato da un maggiore stato di insicurezza legato alla scadenza del contratto. Secondo l’indagine svolta dal Right Management Consultants, il grado di sicurezza del posto di lavoro in Italia è sceso in questi anni dal 52% al 49% e ciò significa che è aumentata la quota di lavoratori che temono di perdere il lavoro entro un anno e la quota di coloro che sono convinti di non riuscire a trovare un lavoro simile alle stesse condizioni economiche. Questa situazione si riflette sulle condizioni di vita dei cittadini che rimangono complessivamente basse, molte famiglie risultano del tutto prive di occupati. In tale contesto occorre considerare la nascita di una nuova classe sociale, quella dei cosiddetti working poors, cioè un gruppo di persone che riesce a sopravvivere solo intrattenendo più rapporti di lavoro contemporaneamente, lavori poco qualificati, mal retribuiti e facilmente sostituibili attraverso l’automazione o attraverso la forza lavoro proveniente da altri Paesi dell’est europeo, del continente asiatico e di quello africano. Per reagire ad una simile situazione occorre necessariamente intervenire con delle politiche in grado di spezzare la crescita asimmetrica delle due componenti che regolano la vita naturale di un Paese, una migliore qualità nella dimensione lavorativa, da cui deriva una maggiore qualità del ciclo produttivo e quindi della capacità competitiva, deve essere obbligatoriamente accompagnata da una maggiore sicurezza esistenziale che deriva in gran parte dalle condizioni lavorative di un individuo e con esso della sua comunità di riferimento.
lunedì 10 dicembre 2007
PERCHE’ TARSU E NON TIA? di Federico Zia
Uno studio evidenzia i vantaggi della Tariffa Igiene Ambientale
L’AQUILA. Si sono concluse le attività di ricerca del gruppo di lavoro sui Rifiuti solidi urbani del Movimento per L’Aquila (MpL). Lo studio, finalizzato ad individuare alcune misure di immediata applicazione per la riduzione della Tarsu, ha messo in evidenza come i cittadini aquilani potrebbero trarre un notevole risparmio se le autorità preposte mettessero in atto alcuni piccoli accorgimenti di immediata applicazione. Dall’analisi sono emerse gravissime inefficienze nel processo di raccolta dei rifiuti che potrebbero essere eliminate in pochissimo tempo. Lo studio suggerisce innanzitutto di sostituire la Tarsu, aumentata nell’ultimo anno del 35%, con la Tia (Tariffa igiene ambientale), già adottata da molti comuni italiani. Il punto di forza della Tia si basa sul principio dell’equità, infatti, sul calcolo degli importi da pagare sulla reale produzione dei rifiuti da parte dei singoli cittadini, la Tia è una tariffa che opera una netta distinzione tra rifiuti domestici e non domestici e mentre la Tarsu è applicata unicamente sul parametro della superficie utile degli insediamenti, la Tia introduce anche il criterio della valutazione del numero dei componenti del nucleo familiare. In poche parole la Tia aumenta per chi produce più rifiuti ed per le famiglie più numerose. “Tutti i costi per i servizi relativi alla gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di qualunque natura e provenienza giacenti sulle strade e aree pubbliche soggette ad uso pubblico, - afferma Piero Carducci presidente MpL - sono coperti dai comuni mediante l’istituzione di una tariffa denominata Tia. La Tariffa di Igiene Ambientale è dovuta nei confronti di chiunque occupi oppure conduca locali, a qualsiasi uso adibiti, o aree scoperte ad uso privato esistenti nelle zone del territorio comunale. Gli enti locali individuano il costo complessivo del servizio e determinano la tariffa, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio e tenuto conto degli obiettivi di miglioramento della produttività e della qualità del servizio fornito e del tasso di inflazione programmato. La Tariffa – continua - risponde a tre principi fondamentali: sostenibilità ambientale, perché auspica comportamenti virtuosi rispetto all’ambiente, sostenibilità economica, con un equilibrio fra entrate ed uscite, ed equità contributiva, poiché si paga solo per il servizio effettivamente fornito. Per raggiungere questi obiettivi è stato stabilito un metodo unico a livello nazionale e sono state elaborate e definite tabelle da applicarsi per la determinazione dei rifiuti prodotti nelle abitazioni e nelle imprese. La tariffa è composta da una parte fissa, determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere e dai relativi ammortamenti e allo spazzamento, e da una parte variabile, rapportata alle quantità di rifiuti raccolti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione. La tariffa Tia di riferimento è determinata dagli Enti locali, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio ed è applicata e riscossa dai soggetti gestori. La tariffa è articolata – continua - in fasce di utenza domestica e non domestica oltre che articolata a livello territoriale sulla base delle caratteristiche delle diverse zone del territorio comunale, ed in particolare alla loro destinazione a livello di pianificazione urbanistica e territoriale, alla densità abitativa, alla frequenza e alla qualità dei servizi da fornire. Le conseguenze dell’applicazione della TIA sono facilmente immaginabili – conclude Piero Carducci - specie se si pensa alle gradi utenze commerciali che ovviamente hanno da smaltire quantità di rifiuti che non possono essere paragonati a quelli domestici. E’ chiaro che la quantità di rifiuti domestici da smaltire non dipende dalla superficie occupata ma dalle persone che occupano la superficie. Il regolamento che introdurrà la TIA potrà prevedere sconti per le famiglie numerose ma povere”. L’Aquila ha uno dei costi più alti d’Italia per lo smaltimento rifiuti Per una tonnellata da smaltire in discarica gli aquilani pagano 142 euro contro gli 80 euro che pagano in media gli altri cittadini italiani. Tale costo così elevato dipende da diversi fattori: L’Aquila non è dotata di una discarica, i rifiuti vengono ammassati a Lanciano; i camion di raccolta rifiuti si devono spostare quotidianamente nell’area di Collebrincioni per fare il trasferimento dei rifiuti dai camion di raccolta primaria ai bilici di trasporto verso la discarica (mediamente 5 bilici al giorno); i rifiuti vengono raccolti a circa 700 metri di altitudine, poi vengono portati a 1000 metri per il trasferimento sui bilici ed infine vengono portati a Lanciano (un trasferimento che, in termini di ore di lavoro e gasolio ha un prezzo notevole e che potrebbe essere effettuato all’ASM di Bazzano dove esiste un grande capannone chiuso e vuoto dove il trasferimento potrebbe essere fatto a costi molto più contenuti); i bilici che si dirigono verso Lanciano sono colmi di rifiuti totalmente indifferenziati che costano ai cittadini, in termini di ecomulta, circa un milione di euro l’ anno e una perdita pari alla somma che le aziende del circuito-consorzio Conai pagherebbero per acquistare ciò che differenziamo (ad esempio, la carta viene pagata da CONAI 90euro/t; l’alluminio 300euro/t). Le conclusioni del gruppo di lavoro dell’MpL possono essere quindi riassunte nei seguenti punti: individuare un luogo di trasferimento alternativo a Collebrincioni; aumentare la raccolta differenziata non domestica (è sufficiente un’ordinanza del sindaco che obblighi i grandi utenti e gli esercizi commerciali a differenziare); aumentare la raccolta differenziata domestica; rimettere in funzione le isole ecologiche e differenziare l’alluminio; introdurre la Tia invece della Tarsu; realizzare la discarica e l’impianto di differenziazione. Secondo lo studio l’applicazione di tali misure porterebbe a risparmi stimati dal 30% al 60%.
L’AQUILA. Si sono concluse le attività di ricerca del gruppo di lavoro sui Rifiuti solidi urbani del Movimento per L’Aquila (MpL). Lo studio, finalizzato ad individuare alcune misure di immediata applicazione per la riduzione della Tarsu, ha messo in evidenza come i cittadini aquilani potrebbero trarre un notevole risparmio se le autorità preposte mettessero in atto alcuni piccoli accorgimenti di immediata applicazione. Dall’analisi sono emerse gravissime inefficienze nel processo di raccolta dei rifiuti che potrebbero essere eliminate in pochissimo tempo. Lo studio suggerisce innanzitutto di sostituire la Tarsu, aumentata nell’ultimo anno del 35%, con la Tia (Tariffa igiene ambientale), già adottata da molti comuni italiani. Il punto di forza della Tia si basa sul principio dell’equità, infatti, sul calcolo degli importi da pagare sulla reale produzione dei rifiuti da parte dei singoli cittadini, la Tia è una tariffa che opera una netta distinzione tra rifiuti domestici e non domestici e mentre la Tarsu è applicata unicamente sul parametro della superficie utile degli insediamenti, la Tia introduce anche il criterio della valutazione del numero dei componenti del nucleo familiare. In poche parole la Tia aumenta per chi produce più rifiuti ed per le famiglie più numerose. “Tutti i costi per i servizi relativi alla gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti di qualunque natura e provenienza giacenti sulle strade e aree pubbliche soggette ad uso pubblico, - afferma Piero Carducci presidente MpL - sono coperti dai comuni mediante l’istituzione di una tariffa denominata Tia. La Tariffa di Igiene Ambientale è dovuta nei confronti di chiunque occupi oppure conduca locali, a qualsiasi uso adibiti, o aree scoperte ad uso privato esistenti nelle zone del territorio comunale. Gli enti locali individuano il costo complessivo del servizio e determinano la tariffa, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio e tenuto conto degli obiettivi di miglioramento della produttività e della qualità del servizio fornito e del tasso di inflazione programmato. La Tariffa – continua - risponde a tre principi fondamentali: sostenibilità ambientale, perché auspica comportamenti virtuosi rispetto all’ambiente, sostenibilità economica, con un equilibrio fra entrate ed uscite, ed equità contributiva, poiché si paga solo per il servizio effettivamente fornito. Per raggiungere questi obiettivi è stato stabilito un metodo unico a livello nazionale e sono state elaborate e definite tabelle da applicarsi per la determinazione dei rifiuti prodotti nelle abitazioni e nelle imprese. La tariffa è composta da una parte fissa, determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio, riferite in particolare agli investimenti per le opere e dai relativi ammortamenti e allo spazzamento, e da una parte variabile, rapportata alle quantità di rifiuti raccolti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione. La tariffa Tia di riferimento è determinata dagli Enti locali, anche in relazione al piano finanziario degli interventi relativi al servizio ed è applicata e riscossa dai soggetti gestori. La tariffa è articolata – continua - in fasce di utenza domestica e non domestica oltre che articolata a livello territoriale sulla base delle caratteristiche delle diverse zone del territorio comunale, ed in particolare alla loro destinazione a livello di pianificazione urbanistica e territoriale, alla densità abitativa, alla frequenza e alla qualità dei servizi da fornire. Le conseguenze dell’applicazione della TIA sono facilmente immaginabili – conclude Piero Carducci - specie se si pensa alle gradi utenze commerciali che ovviamente hanno da smaltire quantità di rifiuti che non possono essere paragonati a quelli domestici. E’ chiaro che la quantità di rifiuti domestici da smaltire non dipende dalla superficie occupata ma dalle persone che occupano la superficie. Il regolamento che introdurrà la TIA potrà prevedere sconti per le famiglie numerose ma povere”. L’Aquila ha uno dei costi più alti d’Italia per lo smaltimento rifiuti Per una tonnellata da smaltire in discarica gli aquilani pagano 142 euro contro gli 80 euro che pagano in media gli altri cittadini italiani. Tale costo così elevato dipende da diversi fattori: L’Aquila non è dotata di una discarica, i rifiuti vengono ammassati a Lanciano; i camion di raccolta rifiuti si devono spostare quotidianamente nell’area di Collebrincioni per fare il trasferimento dei rifiuti dai camion di raccolta primaria ai bilici di trasporto verso la discarica (mediamente 5 bilici al giorno); i rifiuti vengono raccolti a circa 700 metri di altitudine, poi vengono portati a 1000 metri per il trasferimento sui bilici ed infine vengono portati a Lanciano (un trasferimento che, in termini di ore di lavoro e gasolio ha un prezzo notevole e che potrebbe essere effettuato all’ASM di Bazzano dove esiste un grande capannone chiuso e vuoto dove il trasferimento potrebbe essere fatto a costi molto più contenuti); i bilici che si dirigono verso Lanciano sono colmi di rifiuti totalmente indifferenziati che costano ai cittadini, in termini di ecomulta, circa un milione di euro l’ anno e una perdita pari alla somma che le aziende del circuito-consorzio Conai pagherebbero per acquistare ciò che differenziamo (ad esempio, la carta viene pagata da CONAI 90euro/t; l’alluminio 300euro/t). Le conclusioni del gruppo di lavoro dell’MpL possono essere quindi riassunte nei seguenti punti: individuare un luogo di trasferimento alternativo a Collebrincioni; aumentare la raccolta differenziata non domestica (è sufficiente un’ordinanza del sindaco che obblighi i grandi utenti e gli esercizi commerciali a differenziare); aumentare la raccolta differenziata domestica; rimettere in funzione le isole ecologiche e differenziare l’alluminio; introdurre la Tia invece della Tarsu; realizzare la discarica e l’impianto di differenziazione. Secondo lo studio l’applicazione di tali misure porterebbe a risparmi stimati dal 30% al 60%.
2MILIONI E 230MILA EURO PER RIQUALIFICARE PIAZZA D’ARMI di Federico Zia
La Regione Abruzzo ha ammesso al finanziamento la proposta del Comune dell’Aquila
L’AQUILA. In arrivo dal Cipe un finanziamento da più di due milioni di euro finalizzato alla riqualificazione di tutta l’area circostante piazza d’Armi. La notizia è stata diffusa dall’assessorato regionale ai Lavori pubblici con una lettera indirizzata al sindaco Massimo Cialente. La decisione di elargire il finanziamento è stata presa dalla commissione nominata per la valutazione degli interventi strategici formulati dagli enti. I lavori saranno indirizzati al miglioramento complessivo della qualità della zona, è previsto l’allargamento delle strade che compongono l’anello di piazza d’Armi, via Paolucci e via Piccini. Le opere investiranno anche Sant’Antonio e via dei Farnese, dove sarà realizzato l’ultimo tratto per il collegamento con via Giovanni di Vincenzo. “Un ringraziamento va in particolare all’assessorato regionale alle Opere pubbliche – ha affermato il sindaco – che ha messo in condizione l’amministrazione comunale di poter intervenire immediatamente su un’area molto importante, in quanto di accesso alla città dalla zona ovest, riducendo i disagi causati dal traffico e migliorando sensibilmente la qualità della vita in quella zona. L’ammissione al finanziamento – continua - premia inoltre l’ottimo lavoro svolto dal nostro settore Lavori pubblici, che ha predisposto una proposta molto accurata, scelta dalla Regione tra le tre inserite nel provvedimento varato dall’aula due mesi fa, che si è rivelato fattibile e credibile. Lo stesso settore, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, procederà alla redazione del progetto preliminare. Ciò ci permetterà di uscire da un’inerzia durata un quarto di secolo, - conclude - permetterà anche di procedere all’allargamento di viale Corrado IV e di programmare un parco pubblico attrezzato”.
L’AQUILA. In arrivo dal Cipe un finanziamento da più di due milioni di euro finalizzato alla riqualificazione di tutta l’area circostante piazza d’Armi. La notizia è stata diffusa dall’assessorato regionale ai Lavori pubblici con una lettera indirizzata al sindaco Massimo Cialente. La decisione di elargire il finanziamento è stata presa dalla commissione nominata per la valutazione degli interventi strategici formulati dagli enti. I lavori saranno indirizzati al miglioramento complessivo della qualità della zona, è previsto l’allargamento delle strade che compongono l’anello di piazza d’Armi, via Paolucci e via Piccini. Le opere investiranno anche Sant’Antonio e via dei Farnese, dove sarà realizzato l’ultimo tratto per il collegamento con via Giovanni di Vincenzo. “Un ringraziamento va in particolare all’assessorato regionale alle Opere pubbliche – ha affermato il sindaco – che ha messo in condizione l’amministrazione comunale di poter intervenire immediatamente su un’area molto importante, in quanto di accesso alla città dalla zona ovest, riducendo i disagi causati dal traffico e migliorando sensibilmente la qualità della vita in quella zona. L’ammissione al finanziamento – continua - premia inoltre l’ottimo lavoro svolto dal nostro settore Lavori pubblici, che ha predisposto una proposta molto accurata, scelta dalla Regione tra le tre inserite nel provvedimento varato dall’aula due mesi fa, che si è rivelato fattibile e credibile. Lo stesso settore, tra la fine dell’inverno e l’inizio della primavera, procederà alla redazione del progetto preliminare. Ciò ci permetterà di uscire da un’inerzia durata un quarto di secolo, - conclude - permetterà anche di procedere all’allargamento di viale Corrado IV e di programmare un parco pubblico attrezzato”.
mercoledì 5 dicembre 2007
COME CAMBIA LA SICUREZZA NEL LAVORO di Federico Zia
Le forme che compongono il percorso lavorativo di una persona sono sempre più composite
Il concetto di “sicurezza nel lavoro” ha di per se sempre contenuto un’unica dimensione, almeno dalla nascita della società industriale e dal riconoscimento giuridico ed istituzionale delle organizzazioni sindacali, cioè la stabilità dell’impiego fisso come garanzia della sicurezza economica e sociale. Questo concetto non deve essere confuso con la “sicurezza nei luoghi di lavoro e dei lavoratori” che invece è un aspetto che rientra nella dimensione delle condizioni di lavoro ed abbraccia perciò il tema della qualità. Nella società contemporanea tale concetto sta cambiando insieme al lavoro perché l’impresa non può più offrire la sicurezza del posto e della carriera in quanto il suo orizzonte previsto e la durata della sua vita media si sono ridotti. Deve fare continuamente i conti con un mercato che cambia e quindi deve sapersi adeguare e all’occorrenza ristrutturare. Lo scambio tra azienda e lavoratori si sposta allora su un altro terreno: quello delle competenze e delle conoscenze che devono essere continuamente aggiornate e ampliate. Il lavoratore deve sapere di più di quanto richiesto dal contesto attuale, per potersi rapidamente muovere nel campo delle tecnologie che evolvono e dei modelli organizzativi che cambiano. Le forme che compongono il percorso lavorativo di una persona sono sempre più composite e caratterizzate da diverse posizioni nella professione, da un diverso impegno temporale, da una diversa natura del rapporto di lavoro prestato in diverse imprese. L’elemento continuità dell’esperienza lavorativa sta scomparendo. Il lavoro atipico tende a diventare una forma ordinaria, soprattutto in certe fasi della vita lavorativa. Duttilità, mobilità, e capacità di integrazione sono diventate le qualità più apprezzate dalle aziende e dagli imprenditori. Le logiche dell’aziendalizzazione, con la crisi dello Stato Sociale, hanno pervaso ormai anche diversi settori della Pubblica Amministrazione e molte delle scelte della politica nazionale e regionale, sono oggi fortemente orientate più al risanamento o al pareggio dei bilanci che alla attenzione alla persona che lavora. In una situazione come quella attuale in cui la sicurezza nel lavoro non può essere ricercata nella stabilità del posto, nella durata dell’organizzazione d’impresa o nell’appartenenza a una categoria sindacale forte, è necessario uno slancio innovativo che si spinga alla ricerca di nuove modalità di combinazione tra le esigenze di sicurezza e le nuove condizioni di instabilità, di innovazione, di rischio, cioè la creazione di una società inclusiva dove l’accesso al lavoro resti un veicolo importante di integrazione e cittadinanza. Un concetto importante a tale riguardo è quello di flessibilità sostenibile che sottintende uno sviluppo che tenga conto sia delle esigenze delle generazioni presenti, sia dei bisogni delle generazioni future. Questo significa valutare gli obblighi sociali che derivano da un’evoluzione oramai irreversibile e la necessità di rendere sostenibile questa nuova condizione. La prospettiva della flessibilità sostenibile si può definire secondo Luciano Gallino come “l’effettiva possibilità dell’individuo di gestire il lavoro e il suo eventuale cambiamento, in modo tale da mantenere e migliorare la propria situazione di benessere. Questa condizione della persona deve essere resa possibile da politiche inclusive e da un quadro sociale di sostegno della comunità e della famiglia che tendano a massimizzare le opportunità e minimizzare gli aspetti negativi”.
Il concetto di “sicurezza nel lavoro” ha di per se sempre contenuto un’unica dimensione, almeno dalla nascita della società industriale e dal riconoscimento giuridico ed istituzionale delle organizzazioni sindacali, cioè la stabilità dell’impiego fisso come garanzia della sicurezza economica e sociale. Questo concetto non deve essere confuso con la “sicurezza nei luoghi di lavoro e dei lavoratori” che invece è un aspetto che rientra nella dimensione delle condizioni di lavoro ed abbraccia perciò il tema della qualità. Nella società contemporanea tale concetto sta cambiando insieme al lavoro perché l’impresa non può più offrire la sicurezza del posto e della carriera in quanto il suo orizzonte previsto e la durata della sua vita media si sono ridotti. Deve fare continuamente i conti con un mercato che cambia e quindi deve sapersi adeguare e all’occorrenza ristrutturare. Lo scambio tra azienda e lavoratori si sposta allora su un altro terreno: quello delle competenze e delle conoscenze che devono essere continuamente aggiornate e ampliate. Il lavoratore deve sapere di più di quanto richiesto dal contesto attuale, per potersi rapidamente muovere nel campo delle tecnologie che evolvono e dei modelli organizzativi che cambiano. Le forme che compongono il percorso lavorativo di una persona sono sempre più composite e caratterizzate da diverse posizioni nella professione, da un diverso impegno temporale, da una diversa natura del rapporto di lavoro prestato in diverse imprese. L’elemento continuità dell’esperienza lavorativa sta scomparendo. Il lavoro atipico tende a diventare una forma ordinaria, soprattutto in certe fasi della vita lavorativa. Duttilità, mobilità, e capacità di integrazione sono diventate le qualità più apprezzate dalle aziende e dagli imprenditori. Le logiche dell’aziendalizzazione, con la crisi dello Stato Sociale, hanno pervaso ormai anche diversi settori della Pubblica Amministrazione e molte delle scelte della politica nazionale e regionale, sono oggi fortemente orientate più al risanamento o al pareggio dei bilanci che alla attenzione alla persona che lavora. In una situazione come quella attuale in cui la sicurezza nel lavoro non può essere ricercata nella stabilità del posto, nella durata dell’organizzazione d’impresa o nell’appartenenza a una categoria sindacale forte, è necessario uno slancio innovativo che si spinga alla ricerca di nuove modalità di combinazione tra le esigenze di sicurezza e le nuove condizioni di instabilità, di innovazione, di rischio, cioè la creazione di una società inclusiva dove l’accesso al lavoro resti un veicolo importante di integrazione e cittadinanza. Un concetto importante a tale riguardo è quello di flessibilità sostenibile che sottintende uno sviluppo che tenga conto sia delle esigenze delle generazioni presenti, sia dei bisogni delle generazioni future. Questo significa valutare gli obblighi sociali che derivano da un’evoluzione oramai irreversibile e la necessità di rendere sostenibile questa nuova condizione. La prospettiva della flessibilità sostenibile si può definire secondo Luciano Gallino come “l’effettiva possibilità dell’individuo di gestire il lavoro e il suo eventuale cambiamento, in modo tale da mantenere e migliorare la propria situazione di benessere. Questa condizione della persona deve essere resa possibile da politiche inclusive e da un quadro sociale di sostegno della comunità e della famiglia che tendano a massimizzare le opportunità e minimizzare gli aspetti negativi”.
lunedì 3 dicembre 2007
VERSO LA DERESPONSABILIZZAZIONE DELL’IMPRESA di Federico Zia
Modelli, rischi sociali e possibili soluzioni
La deresponsabilizzazione dell’impresa è un concetto che, in un contesto globalizzato, caratterizzato da un elevato livello di competitività, da un miglioramento continuo della qualità e della diversificazione dei prodotti e dei servizi, dal mutamento del mondo del lavoro, assume diversi significati e quindi di per sé ambiguo. Citando solo alcuni casi nazionali, negli Stati Uniti “deresponsabilizzazione dell’impresa” significa “responsabilizzazione dei lavoratori”, ciò può apparire paradossale, ma non lo è se si considera che l’impresa e solo l’impresa in senso stretto, quindi manager e dirigenti, era l’unica responsabile del processo produttivo, lasciando ai lavoratori mansioni manuali nel modello taylor-fordista, ma tale modello è stato superato e soppiantato da quello della produzione snella e flessibile dove il lavoratore deve essere caratterizzato da una elevata competenza e deve essere in grado di intervenire direttamente nel processo per migliorarlo. Tale metodo è definito metodo dell’empowerment (responsabilizzazione) il cui obiettivo consiste nel creare un ambiente di lavoro responsabilizzato ove ogni lavoratore dovrebbe prendere direttamente le decisioni più opportune per il lavoro che esegue. In Giappone sono nati i circoli di qualità che hanno la capacità di guidare i lavoratori verso un miglioramento della produttività coinvolgendoli nella gestione, nel monitoraggio e nel miglioramento dei processi aziendali. In Svezia lo stabilimento di Kalmar della Volvo ha dimostrato che esiste la possibilità di avviare un nuovo dialogo sociale con i lavoratori all’interno della fabbrica. Il compromesso Kalmariano è l’erede della tradizione socialdemocratica dei paesi scandinavi che hanno sempre tutelato gli interessi particolari dei lavoratori. Nel modello Kalmariano ciò che viene negoziato dall’azienda e dai sindacati è l’impegno e la responsabilità degli operai a coinvolgersi e mettere a disposizione la loro esperienza ed abilità, sia nelle singole fasi della loro mansione specifica, sia nell’organizzazione dell’attività dei reparti, come i turni e l’organizzazione del lavoro, attività che nel modello taylor-fordista erano riservate esclusivamente ai dirigenti e ai funzionari che si occupavano dell’organizzazione e del personale. Ma deresponsabilizzazione dell’impresa significa anche scaricamento dei rischi dall’economia sugli individui. Il fattore principale della deresponsabilizzazione del sistema delle imprese rispetto ai costi umani e sociali della produzione è la flessibilizzazione delle discipline del lavoro il cui orientamento è quello di scaricare sui diretti interessati gli oneri della tutela previdenziale delle forme di lavoro atipico. In particolare nel nostro Paese ciò vale non solo per i casi in cui l’individuo intenda porre rimedio assicurativo ai periodi di trattamento retributivo ridotto, come nel lavoro interinale o nel lavoro part-time, ma anche per i periodi di assenza dal lavoro destinati all’aggiornamento e alla riqualificazione, compresi i periodi necessari per l’acquisizione di competenze richieste per la progressione di carriera, e anche per la copertura previdenziale dei lavori socialmente utili. A ciò è da aggiungere la sentenza n. 1732/2003 delle sezioni unite della Corte di cassazione che ha negato ai lavoratori impiegati con contratti part-time le prestazioni di disoccupazione per gli intervalli di inattività, facendo leva espressamente sulla volontarietà della scelta di tale tipo di contratto di lavoro, ma in tale sentenza non è stato considerato il fatto che nella situazione occupazionale attuale, nella maggior parte dei casi, il contratto di lavoro non lo si sceglie volontariamente ma corrisponde a ciò che viene offerto sul mercato del lavoro. Questa situazione così complessa non ha trovato una soluzione neanche nel d. lgs. n. 276/2003 la cui parziale applicazione ha eluso un’effettiva innovazione di tale sistema. Quindi in tale contesto una delle possibili soluzioni appare quella suggerita da Accornero: “bisogna ripensare la tutela, cioè occorre una rete istituzionale che garantisca i diritti a tutti coloro che offrono lavoro e molte intese negoziali che ricompongano la solidarietà dentro il mondo del lavoro”. Un’ altra soluzione da non sottovalutare è quella suggerita da Evan e Freeman nel libro “A stakeholder theory of modern corporation: a Kantian Capitalism” del 1988 e ripresa da Sebastiano Maffettone in “Responsabilità di impresa e sostenibilità” in anni più recenti , ove con il termine stakeholder si intende una vasta gamma di persone che interagiscono con l’impresa, non solo gli stokholders, cioè i titolari dei diritti di proprietà, ma anche i fornitori, i clienti, e soprattutto i dipendenti e la comunità locale. L’idea di fondo è che nella nostra società l’impresa non può avere solo un compito istituzionale, cioè fare profitto, ma debba preoccuparsi della tutela degli interessi di tutti coloro che hanno rapporti con l’impresa, gli stakeholder appunto, perché costoro hanno una sorta di interesse legittimo nei confronti dell’azienda e i dirigenti della stessa sono titolari di un dovere speciale nei confronti degli stakeholder.
La deresponsabilizzazione dell’impresa è un concetto che, in un contesto globalizzato, caratterizzato da un elevato livello di competitività, da un miglioramento continuo della qualità e della diversificazione dei prodotti e dei servizi, dal mutamento del mondo del lavoro, assume diversi significati e quindi di per sé ambiguo. Citando solo alcuni casi nazionali, negli Stati Uniti “deresponsabilizzazione dell’impresa” significa “responsabilizzazione dei lavoratori”, ciò può apparire paradossale, ma non lo è se si considera che l’impresa e solo l’impresa in senso stretto, quindi manager e dirigenti, era l’unica responsabile del processo produttivo, lasciando ai lavoratori mansioni manuali nel modello taylor-fordista, ma tale modello è stato superato e soppiantato da quello della produzione snella e flessibile dove il lavoratore deve essere caratterizzato da una elevata competenza e deve essere in grado di intervenire direttamente nel processo per migliorarlo. Tale metodo è definito metodo dell’empowerment (responsabilizzazione) il cui obiettivo consiste nel creare un ambiente di lavoro responsabilizzato ove ogni lavoratore dovrebbe prendere direttamente le decisioni più opportune per il lavoro che esegue. In Giappone sono nati i circoli di qualità che hanno la capacità di guidare i lavoratori verso un miglioramento della produttività coinvolgendoli nella gestione, nel monitoraggio e nel miglioramento dei processi aziendali. In Svezia lo stabilimento di Kalmar della Volvo ha dimostrato che esiste la possibilità di avviare un nuovo dialogo sociale con i lavoratori all’interno della fabbrica. Il compromesso Kalmariano è l’erede della tradizione socialdemocratica dei paesi scandinavi che hanno sempre tutelato gli interessi particolari dei lavoratori. Nel modello Kalmariano ciò che viene negoziato dall’azienda e dai sindacati è l’impegno e la responsabilità degli operai a coinvolgersi e mettere a disposizione la loro esperienza ed abilità, sia nelle singole fasi della loro mansione specifica, sia nell’organizzazione dell’attività dei reparti, come i turni e l’organizzazione del lavoro, attività che nel modello taylor-fordista erano riservate esclusivamente ai dirigenti e ai funzionari che si occupavano dell’organizzazione e del personale. Ma deresponsabilizzazione dell’impresa significa anche scaricamento dei rischi dall’economia sugli individui. Il fattore principale della deresponsabilizzazione del sistema delle imprese rispetto ai costi umani e sociali della produzione è la flessibilizzazione delle discipline del lavoro il cui orientamento è quello di scaricare sui diretti interessati gli oneri della tutela previdenziale delle forme di lavoro atipico. In particolare nel nostro Paese ciò vale non solo per i casi in cui l’individuo intenda porre rimedio assicurativo ai periodi di trattamento retributivo ridotto, come nel lavoro interinale o nel lavoro part-time, ma anche per i periodi di assenza dal lavoro destinati all’aggiornamento e alla riqualificazione, compresi i periodi necessari per l’acquisizione di competenze richieste per la progressione di carriera, e anche per la copertura previdenziale dei lavori socialmente utili. A ciò è da aggiungere la sentenza n. 1732/2003 delle sezioni unite della Corte di cassazione che ha negato ai lavoratori impiegati con contratti part-time le prestazioni di disoccupazione per gli intervalli di inattività, facendo leva espressamente sulla volontarietà della scelta di tale tipo di contratto di lavoro, ma in tale sentenza non è stato considerato il fatto che nella situazione occupazionale attuale, nella maggior parte dei casi, il contratto di lavoro non lo si sceglie volontariamente ma corrisponde a ciò che viene offerto sul mercato del lavoro. Questa situazione così complessa non ha trovato una soluzione neanche nel d. lgs. n. 276/2003 la cui parziale applicazione ha eluso un’effettiva innovazione di tale sistema. Quindi in tale contesto una delle possibili soluzioni appare quella suggerita da Accornero: “bisogna ripensare la tutela, cioè occorre una rete istituzionale che garantisca i diritti a tutti coloro che offrono lavoro e molte intese negoziali che ricompongano la solidarietà dentro il mondo del lavoro”. Un’ altra soluzione da non sottovalutare è quella suggerita da Evan e Freeman nel libro “A stakeholder theory of modern corporation: a Kantian Capitalism” del 1988 e ripresa da Sebastiano Maffettone in “Responsabilità di impresa e sostenibilità” in anni più recenti , ove con il termine stakeholder si intende una vasta gamma di persone che interagiscono con l’impresa, non solo gli stokholders, cioè i titolari dei diritti di proprietà, ma anche i fornitori, i clienti, e soprattutto i dipendenti e la comunità locale. L’idea di fondo è che nella nostra società l’impresa non può avere solo un compito istituzionale, cioè fare profitto, ma debba preoccuparsi della tutela degli interessi di tutti coloro che hanno rapporti con l’impresa, gli stakeholder appunto, perché costoro hanno una sorta di interesse legittimo nei confronti dell’azienda e i dirigenti della stessa sono titolari di un dovere speciale nei confronti degli stakeholder.
sabato 1 dicembre 2007
FONTI RINNOVABILI: L’ABRUZZO CONTROCORRENTE di Federico Zia
Una norma sconcertante inserita dalla maggioranza di centrosinistra
L’AQUILA. Mentre il mondo intero si avvia verso il risparmio energetico, le energie rinnovabili ed il rispetto dell’ambiente, l’Abruzzo va controcorrente. Una norma regionale contiene in sé il divieto, inserito dalla maggioranza di centrosinistra, di installare pannelli solari sui tetti degli edifici pubblici. La norma, contraria alle priorità della politica nazionale in tema di ambiente ed energia, ha spinto il Governo di centrosinistra all’impugnazione davanti la Consulta, intanto l’assessore all’Ambiente Caramanico riconosce l’errore definendolo imbarazzante, assicurando un’inversione di rotta. Un imbarazzo regionale che cresce in maniera esponenziale se si pensa che il piano energetico abruzzese ha fissato per il 2015 l’obiettivo di ottenere il 51% dell’energia di cui potranno usufruire i cittadini da fonti rinnovabili. Un piano energetico rispettabilissimo che cozza però con l’assurdità della norma approvata dal consiglio regionale nelle scorse settimane, un provvedimento approvato in maniera compatta senza calcolarne le conseguenze. “E’ stato un imbarazzante errore nato da una svista conseguente a un emendamento senza concertazione presentato da un singolo consigliere ad una legge omnibus - afferma l’assessore regionale all’Ambiente Caramanico - come giunta ci siamo già attivati per porvi rimedio in tempi rapidi e credo che entro la fine dell’anno di quella norma non ci sarà più traccia”. Sotto accusa è l’articolo 74 della legge regionale n. 34 del primo ottobre 2007 che fissa il divieto di collocare pannelli fotovoltaici su terreni e tetti di edifici pubblici distanti meno di 500 metri da abitazioni private. Sconcertante è la motivazione del provvedimento che sottolinea la necessità di “garantire una migliore qualità della vita quale corretto rapporto tra ambiente interno inteso quale abitazione, ed ambiente esterno, inteso quale luogo circostante l’abitazione”. Comunque Caramanico ha assicurato che la legge contestata verrà eliminata in tempi brevi.
L’AQUILA. Mentre il mondo intero si avvia verso il risparmio energetico, le energie rinnovabili ed il rispetto dell’ambiente, l’Abruzzo va controcorrente. Una norma regionale contiene in sé il divieto, inserito dalla maggioranza di centrosinistra, di installare pannelli solari sui tetti degli edifici pubblici. La norma, contraria alle priorità della politica nazionale in tema di ambiente ed energia, ha spinto il Governo di centrosinistra all’impugnazione davanti la Consulta, intanto l’assessore all’Ambiente Caramanico riconosce l’errore definendolo imbarazzante, assicurando un’inversione di rotta. Un imbarazzo regionale che cresce in maniera esponenziale se si pensa che il piano energetico abruzzese ha fissato per il 2015 l’obiettivo di ottenere il 51% dell’energia di cui potranno usufruire i cittadini da fonti rinnovabili. Un piano energetico rispettabilissimo che cozza però con l’assurdità della norma approvata dal consiglio regionale nelle scorse settimane, un provvedimento approvato in maniera compatta senza calcolarne le conseguenze. “E’ stato un imbarazzante errore nato da una svista conseguente a un emendamento senza concertazione presentato da un singolo consigliere ad una legge omnibus - afferma l’assessore regionale all’Ambiente Caramanico - come giunta ci siamo già attivati per porvi rimedio in tempi rapidi e credo che entro la fine dell’anno di quella norma non ci sarà più traccia”. Sotto accusa è l’articolo 74 della legge regionale n. 34 del primo ottobre 2007 che fissa il divieto di collocare pannelli fotovoltaici su terreni e tetti di edifici pubblici distanti meno di 500 metri da abitazioni private. Sconcertante è la motivazione del provvedimento che sottolinea la necessità di “garantire una migliore qualità della vita quale corretto rapporto tra ambiente interno inteso quale abitazione, ed ambiente esterno, inteso quale luogo circostante l’abitazione”. Comunque Caramanico ha assicurato che la legge contestata verrà eliminata in tempi brevi.
giovedì 29 novembre 2007
IL LAVORO ORMAI INDIVIDUALIZZATO di Federico Zia
Nel contesto attuale, così radicalmente cambiato rispetto a venti o trenta anni fa, il lavoro rischia di non identificarsi più come un fattore centrale della costruzione dell’identità di una persona, come una componente essenziale nei processi di emancipazione e di giustizia sociale, come un elemento principe per accedere alla cittadinanza. Nella società contemporanea il rapporto di lavoro normale sta venendo meno sia per quanto riguarda la biografia lavorativa dell’individuo, sia per quanto riguarda il punto di vista aziendale. Le nuove condizioni contrattuali e la nuova organizzazione dei tempi lavorativi provocano una destrutturazione del tempo della vita sociale che coinvolge la famiglia e la comunità. Sulla vita del lavoratore si affacciano nuove insidie di emarginazione i cui rischi vengono scaricati dallo Stato e dalle imprese sulle persone costringendole a gestire la propria carriera nel corso di tutta la vita. Secondo Peter Fischer “il moderno impiegato di se stesso è il proprio capo, e avrà tanto più successo quanto più sarà capace di essere il suo collaboratore ideale”. Questo discorso conduce inevitabilmente all’affermazione che nel prossimo futuro la persona diventerà un’impresa. Il 5 Maggio del 2001 a Berlino, il direttore delle risorse umane della Daimler Chrysler, Norbert Bendel, nell’occasione di un congresso internazionale sulla società della conoscenza, spiegò ai presenti che “i collaboratori dell’impresa fanno parte del suo capitale, il loro comportamento, come le loro capacità sociali ed emotive svolgono un ruolo importante nella valutazione del loro grado di qualificazione. Il loro lavoro non si misura in ore ma in base ai risultati ottenuti e alla loro qualità. Essi sono degli imprenditori”. Questa nuova tendenza imprenditoriale già era stata evidenziata alcuni anni prima dal direttore della formazione della Volkswagen, Peter Hesse, secondo cui “se i gruppi di lavoro hanno una larga autonomia nel pianificare, organizzare e controllare il processo di produzione, i flussi materiali e le competenze, siamo di fronte a una grande azienda fatta di piccoli imprenditori autonomi”. Un elemento importante che ha condotto all’individualizzazione del lavoro è sicuramente da ricercare nelle nuove possibilità offerte dallo sviluppo delle nuove tecnologie informatiche che permettono il contemporaneo decentramento delle funzioni lavorative e il loro coordinamento in tempo reale all’interno di reti interattive. La propensione delle grandi aziende è quella di impiegare una percentuale sempre minore di collaboratori permanenti anche se soggetti a forme di flessibilità di orario che varia in funzione del volume delle ordinazioni, e una percentuale sempre maggiore di lavoratori interinali, con contratto a tempo determinato e collaboratori esterni precarizzati il cui volume di lavoro è sottoposto a forti variazioni e retribuiti in base al rendimento o al tempo impiegato. Il fenomeno dell’uomo che diventa un’impresa deriva in gran parte dalla natura del sistema economico a rete, ove ogni impresa è inserita in una rete territoriale collegata con altre reti in un sistema extraterritoriale e la produttività delle imprese dipende in larga misura dalla capacità di cooperazione, di comunicazione e di auto-organizzazione dei loro membri. Anche attraverso l’impegno nella propria vita lavorativa, l’individuo non riesce ad identificarsi pienamente nel proprio lavoro, perché il legame con l’impresa è debole, precarizzato, così ciò che diventa importante per l’uomo sono le attività extralavorative ed il lavoro diviene solo il mezzo attraverso il quale egli può svolgere queste attività gratificanti, a ciò è da aggiungere che a causa dei cambiamenti delle condizioni di occupazione la vita privata diventa sempre più dipendente dall’impiego che si riesce a trovare, il lavoro sconfina nella vita privata in quanto gli individui si devono assumere la responsabilità della propria preparazione professionale, della propria salute e della propria mobilità. All’interno di questo scenario individualizzato, paradossalmente definito se si pensa che ci troviamo nell’epoca della globalizzazione, si colloca la nascita del termine Muddling Trough che descrive una nuova società di lavoratori autonomi, aziende costituite da un unico uomo o da un’unica donna il cui obiettivo imprenditoriale non è tanto la conquista del mercato, ma lo sviluppo di una propria biografia. Queste persone si collocano al di fuori di qualsiasi ipotesi di rapporto di lavoro regolato da contratti collettivi, trattative sindacali e relative forme strutturate di previdenza. La conseguenza logica di una società così strutturata sarà senza dubbio la frammentazione delle classi lavoratrici, perché andrà perduto ogni elemento in grado di accomunare i lavoratori, ormai individuali e autonomi e non più riconducibili ad un collettivo solidaristico. Come ben ha rilevato Ulrich Beck, “nel momento in cui l’individualizzazione delle singole situazioni esistenziali si incontra con l’individualizzazione delle singole situazioni lavorative e queste si rafforzano a vicenda, la società corre il rischio di disgregarsi”. A questa considerazione si lega anche quella di Luciano Gallino sulla placeless society cioè “una società in cui è possibile e conveniente lavorare ovunque poiché siffatta attività ha perso ogni legame definito con un determinato spazio fisico”. Molti lavori, per favorire la flessibilità e per ridurre gli investimenti fissi, sono stati spogliati del luogo dove si sarebbero dovuti svolgere, basti pensare al telelavoro e ai deskless jobs. Ciò che scompare insieme al luogo di lavoro sono le caratteristiche storiche del lavoro come il legame tra il lavoratore e i suoi mezzi di produzione e la vera solidarietà nel mondo del lavoro che nasce dalle relazioni sociali provocando così un infiacchimento delle organizzazioni dei lavoratori. Quindi il lavoro sta subendo una trasformazione sul versante della socialità. La causa di tale problema è insita nell’impossibilità per molti individui, uomini e donne, di trovare nel lavoro la via principale per manifestare la propria vocazione professionale e per contribuire alla vita sociale. Per tutti questi motivi, il lavoro oggi, così cambiato rispetto al passato, deve essere maggiormente tutelato, rappresentato, in particolare ci si dovrà preoccupare di renderlo maggiormente conciliabile con la famiglia e con la propria comunità di riferimento. Per raggiungere tali obiettivi sono state diverse le proposte suggerite, tra cui la formazione permanente, la flessibilità sostenibile attuabile innanzitutto attraverso l’impedimento della cancellazione dei diritti fondamentali dei lavoratori e rinnovando il sistema delle tutele e della protezione sociale, e attraverso la globalizzazione della solidarietà da parte delle organizzazioni del lavoro, ciò significa rivolgersi e cooperare con tutti i movimenti dei lavoratori che operano nel mondo per ridare vigore alla sicurezza e alla dignità del lavoro.
LA NEVE MANCA E GLI IMPIANTISTI IN RIVOLTA di Federico Zia
I gestori chiedono risposte chiare alla Regione Abruzzo sulla sicurezza degli impianti
L’AQUILA. La neve manca e gli impiantisti abruzzesi in rivolta. Non certo un buon inizio della stagione sciistica, che rischia di ripetere l’andamento disastroso dello scorso anno, la cui apertura è prevista per l’otto dicembre. I gestori chiedono risposte chiare alla Regione Abruzzo sulla sicurezza degli impianti altrimenti la stagione bianca non verrà aperta. Le stazioni sciistiche sono costrette ad operare con una legge sulla sicurezza incoerente ed irragionevole, che non garantisce né gli operatori né gli utenti. La revisione della legge è ancora ferma in IV Commissione e la stagione è alle porte. Risposte che sono mancate durante l’incontro tenutosi il 27 tra Regione Abruzzo, ANEF (Associazione Nazionale Esercenti Funiviari) di Confindustria Abruzzo e i Sindaci dei Comuni montani per la definizione dei Bacini Sciistici. Assente ingiustificato l’assessore Ginoble mentre l’assessore Caramanico ha approfittato dell’occasione solo per salutare i presenti lasciando la patata bollente in mano ai tecnici che non sono stati in grado di rispondere adeguatamente alle questioni sollevate dagli operatori del settore e dai sindaci. L’incontro si è risolto in un continuo scarica barile di responsabilità e di competenze di altri direzioni ed assessorati. In questa occasione la Regione Abruzzo non si è dimostrata in grado di svolgere fino in fondo la propria funzione istituzionale di programmazione territoriale, strategica ed economica a causa di ingiustificate discrasie interne agli assessorati e dell’assenza di una visione globale delle problematiche sollevate che ha portato alla mancanza di risposte adeguate. “La situazione paradossale di fronte alla quale ci siamo ancora una volta trovati – afferma Giancarlo Bartolotti, presidente ANEF - è quella di non avere un interlocutore e di non sapere chi deve fare cosa. La competenza è stata, per l’ennesima volta, ora dei Trasporti, ora dell’Ambiente, ora del Turismo e via dicendo, fino ad andarcene tutti a casa senza aver concluso nulla, anzi, con la sensazione di essere in un labirinto da luna park. Aprire le stazioni sciistiche con l’attuale normativa sulla sicurezza – continua - è una follia, significa far girare gli utenti sulle piste senza garanzia per nessuno, in un limbo nel quale tutto può accadere e con qualunque esito. La Regione Abruzzo, che nella primavera del 2006 si fregiava con orgoglio del record di presenze nelle stazioni invernali sembra ce la metta tutta per squalificare il prodotto invernale e remare contro il turismo montano, che pur sbandiera come unico volano dell’economia delle aree interne. Di rassicurazioni - conclude Bartolotti - ne abbiamo avute fin troppe, inutile dire il danno che si provocherebbe su tutto l’indotto qualora le stazioni, chiudessero, entro il 31 dicembre, come già abbiamo minacciato di fare. Forse questo Governo non ha a cuore l’Abruzzo, bensì solo le poltrone che le tasse degli abruzzesi assicurano. Noi non vogliamo essere complici del crollo turistico ed economico dell’Abruzzo”. Le richieste dell’ANEF di Confindustria Abruzzo riguardano la revisione della legge sulla sicurezza, la definizione dei Bacini Sciistici come strumento in grado di assegnare le basi normative per una concreta programmazione degli investimenti sul turismo invernale e la definizione di regole certe ed uguali per tutte le aree della regione relativamente alle concessioni ed agli affitti dei terreni necessari alle stazioni invernali.
L’AQUILA. La neve manca e gli impiantisti abruzzesi in rivolta. Non certo un buon inizio della stagione sciistica, che rischia di ripetere l’andamento disastroso dello scorso anno, la cui apertura è prevista per l’otto dicembre. I gestori chiedono risposte chiare alla Regione Abruzzo sulla sicurezza degli impianti altrimenti la stagione bianca non verrà aperta. Le stazioni sciistiche sono costrette ad operare con una legge sulla sicurezza incoerente ed irragionevole, che non garantisce né gli operatori né gli utenti. La revisione della legge è ancora ferma in IV Commissione e la stagione è alle porte. Risposte che sono mancate durante l’incontro tenutosi il 27 tra Regione Abruzzo, ANEF (Associazione Nazionale Esercenti Funiviari) di Confindustria Abruzzo e i Sindaci dei Comuni montani per la definizione dei Bacini Sciistici. Assente ingiustificato l’assessore Ginoble mentre l’assessore Caramanico ha approfittato dell’occasione solo per salutare i presenti lasciando la patata bollente in mano ai tecnici che non sono stati in grado di rispondere adeguatamente alle questioni sollevate dagli operatori del settore e dai sindaci. L’incontro si è risolto in un continuo scarica barile di responsabilità e di competenze di altri direzioni ed assessorati. In questa occasione la Regione Abruzzo non si è dimostrata in grado di svolgere fino in fondo la propria funzione istituzionale di programmazione territoriale, strategica ed economica a causa di ingiustificate discrasie interne agli assessorati e dell’assenza di una visione globale delle problematiche sollevate che ha portato alla mancanza di risposte adeguate. “La situazione paradossale di fronte alla quale ci siamo ancora una volta trovati – afferma Giancarlo Bartolotti, presidente ANEF - è quella di non avere un interlocutore e di non sapere chi deve fare cosa. La competenza è stata, per l’ennesima volta, ora dei Trasporti, ora dell’Ambiente, ora del Turismo e via dicendo, fino ad andarcene tutti a casa senza aver concluso nulla, anzi, con la sensazione di essere in un labirinto da luna park. Aprire le stazioni sciistiche con l’attuale normativa sulla sicurezza – continua - è una follia, significa far girare gli utenti sulle piste senza garanzia per nessuno, in un limbo nel quale tutto può accadere e con qualunque esito. La Regione Abruzzo, che nella primavera del 2006 si fregiava con orgoglio del record di presenze nelle stazioni invernali sembra ce la metta tutta per squalificare il prodotto invernale e remare contro il turismo montano, che pur sbandiera come unico volano dell’economia delle aree interne. Di rassicurazioni - conclude Bartolotti - ne abbiamo avute fin troppe, inutile dire il danno che si provocherebbe su tutto l’indotto qualora le stazioni, chiudessero, entro il 31 dicembre, come già abbiamo minacciato di fare. Forse questo Governo non ha a cuore l’Abruzzo, bensì solo le poltrone che le tasse degli abruzzesi assicurano. Noi non vogliamo essere complici del crollo turistico ed economico dell’Abruzzo”. Le richieste dell’ANEF di Confindustria Abruzzo riguardano la revisione della legge sulla sicurezza, la definizione dei Bacini Sciistici come strumento in grado di assegnare le basi normative per una concreta programmazione degli investimenti sul turismo invernale e la definizione di regole certe ed uguali per tutte le aree della regione relativamente alle concessioni ed agli affitti dei terreni necessari alle stazioni invernali.
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